Gianluca Scamacca: lo Zlatan Ibrahimovic romano plasmato da Roberto Muzzi ed esploso nel Psv Eindhoven

ITA AUSTRIA GOL UND 17 FEB 2015

Gianluca Scamacca è uno dei più grandi talenti del calcio giovanile italiano. Grazie ai suoi 195 cm di altezza e al suo stile di gioco, gli addetti ai lavori lo hanno paragonato a Zlatan Ibrahimovic. Niente male…

Lo chiamano lo Zlatan Ibrahimovic italiano: un soprannome di cui è particolarmente orgoglioso.

Classe 1999, Gianluca Scamacca è uno dei prodotti più interessanti del calcio giovanile italiano.

Ma, rispetto agli altri adolescenti, ha una peculiarità.

No, l’altezza non c’entra, per quanto lo renda un autentico spilungone rispetto alla maggior parte dei suoi coetanei (è alto 195 centimetri).

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Scamacca durante la presentazione con la maglia del Psv. Gianluca ci è arrivato ad appena sedici anni. Un banco di prova importante per un ragazzo che ha sempre vissuto nella sua città natale: Roma.

Nonostante i 17 anni appena compiuti (è nato a Roma il giorno di Capodanno), il ragazzo vive con sua madre ad Eindhoven, in Olanda, dove si è trasferito nel gennaio 2015 in un mare di polemiche.

La Roma non voleva lasciarlo andare.

Proprio i giallorossi, nel perdere per strada i giovani più promettenti del settore giovanile, sono maestri. Come non pensare a Davide Petrucci?

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Le storie di Davide Petrucci e Gianluca Scamacca si intrecciano. Entrambi cresciuti nel vivaio romanista, entrambi tifosi della Roma, entrambi ceduti tra le polemiche a una società straniera.

Petrucci aveva abbandonato la capitale per il Manchester United, attratto dalla prospettiva di salire sul palco magico del “Teatro dei sogni” della Premier League: l’Old Trafford.

E proprio i Red Devils tornano anche nella storia di Scamacca, che ha pensato per la prima volta di lasciare la Roma dopo una giornata trascorsa a Carrington, sede del gigantesco centro sportivo dello United.

Era il 2014.

Nella cittadina della Greater Manchester, com’è chiamata l’area metropolitana dell’ormai ex centro industriale britannico, Scamacca aveva partecipato con i Giovanissimi Nazionali della Roma alla Manchester United Premier Cup, un trofeo internazionale giovanile noto anche come Torneo Nike (di cui Scamacca sarebbe diventato testimonial).

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Scamacca alla Roma ha vinto tutto, compreso un indimenticabile Scudetto con i Giovanissimi Nazionali della Roma. Nella sua esperienza nella capitale, il ragazzo ha legato tantissimo con due istituzioni romaniste: Bruno Conti e Roberto Muzzi.

E proprio lì, grazie al suo fisico da fromboliere e alla sua tecnica fuori dal comune, aveva attirato l’attenzione di diverse società di Premier League, tra cui il Southampton allenato dall’ex Barcellona Ronald Koeman.

Alla Roma, Scamacca ha vinto tutto. Lo Scudetto dei Giovanissimi Nazionali contro gli arcirivali della Juventus, certo. Ma soprattutto il titolo di capocannoniere, con un numero di gol superiore alle presenze.

Per questo motivo, la prospettiva di giocare un altro anno con gli Allievi non lo stimolava più di tanto.

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Scamacca immortalato durante una fase di gioco in una partita del campionato giovanile olandese tra Psv Eindhoven e Ajax.

Con Bruno Conti, responsabile del vivaio romanista, era in corso una trattativa per promuoverlo direttamente nella formazione Primavera, bypassando lo step precedente.

Già, ma con quali prospettive?

È per questo che quando si è fatto avanti il Psv Eindhoven, la più importante realtà del calcio giovanile olandese insieme all’Ajax, Scamacca ha detto sì.

Ma non è stata è una scelta facile.

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Gianluca Scamacca in una foto di repertorio con la maglia della Roma. Il giovane centravanti di Fidene è uno sfegatato tifoso giallorosso, ma la sua carriera è stata “macchiata” da una breve esperienza nel vivaio dei cugini laziali.

Tutte le volte che gli viene chiesto il suo sogno, il pupillo di Bruno Conti risponde di volere a tutti i costi esordire allo stadio Olimpico con la maglia della Roma.

Segno che gli anni trascorsi a Trigoria, dove era sbarcato dopo qualche stagione nel vivaio laziale, gli sono rimasti nel cuore.

È impossibile parlare di Scamacca senza attaccargli addosso la scomoda etichetta del predestinato.

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Da piccolo Scamacca, data un’altezza fuori dal comune, comincia ad appassionarsi al basket. Ma sarà un amore breve. Gianluca comincia a giocare a calcio e inizia una trafila che lo porterà a cambiare quattro maglie, prima del passaggio al Psv.

Tutto comincia a Fidene, borgata romana della periferia nord della capitale. Qui Scamacca comincia a praticare dello sport. Il suo primo amore è la pallacanestro: l’altezza lo aiuta, eccome se lo aiuta.

Un amore che tuttavia finisce presto, convincendolo a iscriversi alla scuola calcio del Delle Vittorie e poi della Cisco Roma, dove gli zii lo propongono per un provino.

Scamacca è solo un bambino, ma il suo cuore ha già cambiato colore per metà: è rosso e giallo. Come i colori della Roma.

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Il curriculum del romanista Scamacca è stato “macchiato” da una fugace esperienza alla Lazio.

Ma gli osservatori della Lazio lo vedono giocare in un torneo a Tor Bella Monaca e lo ingaggiano insieme a suoi tre compagni di squadra.

Come ha ammesso con sincerità in un’intervista, a quel tempo la sua tecnica era ancora da affinare.

Per trasformare Scamacca in un grande attaccante, c’era bisogno dell’esperienza di un grande allenatore.

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Roberto Muzzi ha legato la sua carriera di calciatore e di allenatore alla Roma. A lui Scamacca riconosce il merito di averlo trasformato in un attaccante vero, limando i difetti che si portava dietro da ragazzino.

Gianluca, passato ai Giovanissimi Èlite giallorossi, lo trova in una vecchia volpe del calcio italiano: Roberto Muzzi, nato a Roma e cresciuto come lui nel vivaio della Lupa.

Muzzi, 98 gol in serie A con le maglie – tra le altre – di Udinese, Roma (ovviamente) e Cagliari, rivede in Scamacca la sua voglia di esplodere quando era un ragazzino a cui Dino Viola, lo storico presidente giallorosso dello Scudetto del 1983, augurava di seguire le orme di Roberto Pruzzo.

E qui arriviamo alla descrizione delle qualità fisiche e tecniche di Gianluca Scamacca. In effetti, il paragone tra lui e Muzzi è un azzardo.

Scamacca è alto 195 cm e dotato di un fisico imponente che lo rende imbattibile nei colpi di testa ed efficace nei contrasti, mentre Muzzi era un giocatore più brevilineo che, a differenza del suo allievo, aveva soprattutto le doti di finalizzatore, di cecchino implacabile.

Ma Muzzi prova a plasmarlo pensando al se stesso di quindici anni prima.

Gianluca, va bene lavorare per la squadra, ma ti allontani troppo dall’area di rigore. Per segnare gol tra i professionisti devi imparare a muoverti negli ultimi sedici metri, stoppando e tirando appena ti capita l’occasione. Smettila di fare il veneziano: siamo a Roma, anzi, alla Roma”.

Muzzi lavora sui piedi e soprattutto sulla testa di Scamacca, che ancora oggi gli attribuisce gran parte del merito della sua esplosione.

Come detto, il ragazzo è precoce. I gol sono davvero molti, frutto del suo fiuto da vero attaccante, ma soprattutto di un corpo slanciato che catalizza gli occhi di spettatori e addetti ai lavori.

Scamacca è grande e grosso e questo in partita lo aiuta molto.

Ma c’è di più. Osservando le sue prodezze con la maglia della Roma, impressionano una visione del gioco più da centrocampista che da attaccante e l’eccezionale precisione nei passaggi.

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Gianluca Scamacca, fin da piccolo, vanta un’altezza di gran lunga superiore ai suoi coetanei. Ma i 34 gol segnati in 30 presenze con i Giovanissimi Nazionali della Roma non si spiegano soltanto con la sua stazza imponente, è chiaro.

Scamacca è un terminale offensivo vecchio stampo. I palloni spioventi sono tutti suoi. Altezza ed elevazione non lasciano scampo agli avversari.

Impossibile strappargli il pallone. Quando lavora la sfera spalle alla porta, è inutile provarci.

Scamacca la tiene attaccata ai piedi, appoggiandosi subito sul compagno più vicino o lanciando in profondità l’esterno d’attacco con una lunga sventagliata, per poi fiondarsi in area di rigore.

Un patrimonio di qualità tecnico-tattiche che il ragazzo ha acquisito dopo centinaia, anzi, migliaia di sedute di allenamento nella Roma e non solo.

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Gianluca Scamacca è uno dei più grandi talenti del calcio giovanile italiano. Grazie ai suoi 195 cm di altezza e al suo stile di gioco, gli addetti ai lavori lo hanno paragonato a Zlatan Ibrahimovic. Niente male…

Infatti, nel 2014 Scamacca viene convocato nell’Under 15 azzurra di Antonio Rocca e nell’Under 16 di Tedino, dove segna 3 gol in 6 partite.

Nello stesso periodo (parliamo della seconda metà del 2014), molti pensieri si affastellano nella mente del ragazzo.

I siti e le riviste specializzate insistono: il Psv Eindhoven lo vuole.

È tutto vero.

Dutch Eredivisie - "PSV Eindhoven v SC Heerenveen"

In Olanda c’è il mitico Ajax di Cruijff, d’accordo. Ma non scordiamoci il Psv, sigla di “Philips Sport Vereniging” (ovvero Unione Sportiva Philips). Un nome curioso che si spiega con il fatto che la società era nata nel 1913 per dare vita a una squadra dove potessero giocare gli impiegati della Philips.

La società olandese, che nello staff tecnico delle giovanili vanta vecchie conoscenze del calcio europeo e italiano come Ruud Van Nistelrooy e Mark Van Bommel, offre a Scamacca e famiglia tutto ciò che si addice alle esigenze di un calciatore di sedici anni e dei suoi cari.

Un centro sportivo di eccellenza.

Un corso accelerato di lingua olandese.

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Gianluca Scamacca è uno dei più grandi talenti del calcio giovanile italiano. Grazie ai suoi 195 cm di altezza e al suo stile di gioco, gli addetti ai lavori lo hanno paragonato a Zlatan Ibrahimovic. Niente male…

Una scuola internazionale dove portare a termine gli studi superiori.

Un lavoro per la mamma.

E – cosa più importanteniente pressioni.

È proprio questo l’aspetto decisivo che convince Scamacca ad accettare le avances di Marcel Brands, responsabile tecnico del vivaio del Psv.

E poi in Olanda ci sono più opportunità, come ha confessato lo stesso Scamacca a Calciomercato.com.

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Francesco Totti, l’ottavo re di Roma (o il nono, dato che lo stesso appellativo era stato assegnato a Paulo Roberto Falcao). Totti esordì in giallorosso nel 1993, a 17 anni. La stessa età di oggi di Scamacca. Ma di Totti ne nasce uno ogni cent’anni. Eppure, Scamacca sogna di ripercorrerne le orme.

In effetti, le storture denunciate da Gianluca hanno un sapore di déjà vu.

La storia recente del calcio italiano è piena di ragazzi che hanno lasciato il  Belpaese per l’impossibilità di affacciarsi in prima squadra.

Una possibilità che Scamacca, alla Roma, temeva di attendere per sempre.

Così, all’inizio del 2015, Scamacca si mette Roma e l’Italia alle spalle e si tuffa nella nuova avventura olandese.

CONTRO POLONIA

Scamacca, negli ultimi anni, ha sempre mantenuto una media realizzativa altissima, che gli ha aperto le porte delle Nazionali giovanili azzurre.

Il centravanti italiano, entrato nel frattempo nel giro dell’Under 17, viene aggregato all’omonima rappresentativa dell’Eindhoven, in attesa magari di passare allo Jong Psv, la rappresentativa Under 19 che gioca nella serie B olandese.

All’inizio di febbraio il nome di Scamacca entra a gamba tesa nei bloc-notes dei giornalisti sportivi italiani.

Il ragazzo partecipa al Torneo di Viareggio e si fa notare nella partita contro il Milan del suo compagno di squadra in azzurro Gianluigi Donnarumma.

Scamacca entra nella ripresa per far salire la squadra ma non si accontenta, tanto che, approfittando di un errore in uscita del suo amico portiere, apparecchia per un compagno il gol del decisivo 2-1.

Nel dopopartita Scamacca viene avvicinato da alcuni giornalisti e ne approfitta per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe, celebrando la qualità del gioco e delle strutture sportive trovate in Olanda.

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L’esultanza di Scamacca dopo il gol segnato all’Austria nell’amichevole di preparazione all’Europeo under 17 che si è svolto in Ungheria.

Il 18 febbraio Gianluca segna in amichevole, contro i pari età dell’Austria, un gol importante in Under 17, meritando così la convocazione per l’Europeo di categoria in programma a maggio in Bulgaria, dove l’Italia sarà eliminata ai quarti di finale dalla Francia di Zidane junior.

Nel frattempo, Scamacca si afferma come uno dei calciatori più promettenti del campionato olandese under 17, dove dimostra doti balistiche e tecniche fuori dal comune.

Il Psv, soddisfatto della sua crescita sotto il doppio profilo calcistico e umano, nel novembre 2015 gli rinnova il contratto fino al 2018.

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L’esperienza olandese di Scamacca, salvo colpi di scena, è destinata a durare almeno fino al 2018. Quando il ragazzo avrà 19 anni e forse, confidando nella politica seguita dal Psv, avrà già esordito in prima squadra.

Scamacca afferma che il prolungamento della sua esperienza olandese è uno stimolo a fare ancora meglio, lavorando settimana per settimana per esordire prima o poi in prima squadra.

Leggendo la sua scheda sul sito ufficiale del settore giovanile del Psv, si scopre che il suo giocatore olandese preferito è Memphis Depay.

Southampton v Queens Park Rangers - Premier League

Gianluca Scamacca è innamorato follemente della tecnica di Memphis Depay. Ma a nostro avviso ha caratteristiche che lo fanno assomigliare a Graziano Pellè, il giocatore che ha dato lo spunto per creare questo blog.

Un caso che l’ex calciatore dei “contadini”, come sono soprannominati i giocatori del Psv, giochi proprio nello United di cui l’attaccante romano si era innamorato due anni fa? Forse no.

Anche se Scamacca assomiglia più a Graziano Pellè che a Depay, va sottolineato che il centravanti romano ha colpi tali da ricordare la fantasia e il talento del giocatore che ha ereditato il numero di maglia di Beckham.

Dario Paolillo, il suo procuratore (oltre che agente di un certo Hachim Mastour), gestisce un canale su Youtube dove carica settimanalmente le prodezze del suo assistito. Tra tunnel, colpi di tacco, lanci chirurgici e capolavori balistici, il repertorio tecnico di Scamacca è amplissimo.

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Gianluca Scamacca con la maglia numero 9 della Nazionale under 15. A lui l’augurio di arrivare un giorno a vestire quella della Nazionale vera.

D’accordo, si sta parlando di un ragazzo giovanissimo che deve ancora crescere tanto. La storia del calcio contiene una galleria sterminata di promesse non sbocciate. Ma Scamacca ha già un vantaggio importante.

Ha carattere e voglia di emergere. Lo si capisce dalle sue interviste, in cui parla di sè e dei suoi sogni con parole da calciatore affermato. Da adulto.

Gianluca Scamacca ha tutto ciò che serve per diventare un campione. Ora spetta a lui dimostrarlo. Una cosa è certa: sentiremo ancora parlare di lui.

Andrea Mancini: il figlio d’arte innamorato dell’Ungheria e dei quattro colori blucerchiati

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È impossibile parlare di Andrea Mancini senza citare papà Roberto. Questa foto è stata scattata alla Pinetina l’11 febbraio 2015, giorno dell’amichevole tra Inter e l’Haladàs, la squadra ungherese dove in quel momento giocava Andrea.

Calcisticamente parlando, il cuore di Andrea Mancini ha seguito le orme del padre.

«Come il mio papà», recita un verso dell’inno della Sampdoria.

Un’espressione che calza a pennello per descrivere le passioni, la vita e la carriera del figlio più piccolo di Roberto Mancini.

Sampdoria e Lazio sono state le due squadre più importanti della carriera di Bobby-gol.

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Un errore (o forse solo uno scherzo?) nella scheda di Andrea Mancini ai tempi della sua esperienza nella Primavera del Manchester City. In effetti, a dirla tutta, il ragazzo è nato calcisticamente nella città di Sampdoria, come direbbe Crozza nei panni del presidente Ferrero.

Le stesse che Andrea tifa spudoratamente, con una leggera predilezione per i blucerchiati.

«Anche se non ho un “primo” ricordo calcistico vero e proprio, non posso scordare che, quando riuscivo a malapena a camminare, andavo a Bogliasco a giochicchiare con il papà».

Andrea Mancini è un predestinato.

Nato a Genova nel 1992, è vissuto fin da piccolo con quel benedetto pallone tra i piedi.

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Sven-Goran Eriksson e Roberto Mancini hanno lavorato insieme per 9 anni: 5 alla Sampdoria e 4 alla Lazio. Andrea li vedeva spesso al centro sportivo “Mugnaini” di Bogliasco, dove saliva da Genova per “sfidare” sul campo mostri sacri come Seedorf, Veron, Chiesa e Karembeu.

A chiedergli uno scambio palla a terra, o un tiro destinato inevitabilmente entrare in porta, erano dei “grandi”: di statura e di fama calcistica.

I bambini “normali” giocano al parco con i loro padri, appesantiti spesso da una pancia fuori misura e con una tecnica rudimentale.

Andrea no.

Una carezza sul viso da mister Sven-Goran Eriksson e via a correre sull’erba vera del campo di Bogliasco, sede degli allenamenti della Sampdoria, insieme a compagni di gioco molto speciali.

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Ad appena 23 anni, Andrea Mancini si ritrova ad avere girato molti Paesi d’Europa per giocare a pallone: Inghilterra, Spagna e Ungheria.

Veròn, Karembeu, Boghossian, Mihajlovic, Seedorf, Chiesa e molti altri. Campioni in maglia blucerchiata che hanno reso indimenticabile l’infanzia di Andrea Mancini.

Infatti, non tutti sanno che questo ragazzo, ad appena 23 anni, vanta un bagaglio di esperienze professionali nel mondo del calcio fuori dal comune.

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Andrea Mancini con la maglia da trasferta del Manchester City, curiosamente rossonera. Gli stessi colori che vestirà all’Honvèd di Budapest.

Le giovanili di Inter e Bologna, certamente, ma soprattutto Manchester City, Oldham, Valladolid B, Honvéd e Haladàs.

Tessere di un mosaico “straniero” da far impallidire tanti giocatori italiani che hanno oltrepassato i nostri confini.

«Tra i molti Paesi che ho girato in questi anni, ci tengo a citare l’Ungheria. Lì ho trovato un calcio in crescita, molto fisico e simile in questo alla Premier League. E infatti è il posto dove sono rimasto di più e mi piacerebbe tornare».

Ma prima di emigrare nell’Europa dell’Est, dove ha trovato la compagnia di moltissimi altri rappresentanti del nostro calcio, Andrea Mancini, come tutti gli altri, ha cominciato dal vivaio.

È il 2005. La Juventus di Capello si è appena laureata campione d’Italia per la 28 esima volta nella sua storia. Lucarelli ha vinto la classifica cannonieri con 24 gol. E Roberto Mancini è da un anno l’allenatore dell’Inter.

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Filippo Mancini, più grande del fratello Andrea di due anni, ha avuto l’onore di esordire nella prima squadra dell’Inter in Coppa Italia, contro la Reggina, il 20 dicembre 2007.

A 13 anni, Andrea trova posto nei Giovanissimi Regionali della Beneamata, allenati da Massimo De Paoli. Mentre il fratello più grande Filippo entra nella rosa degli Allievi Nazionali nerazzurri.

È l’inizio di un percorso tortuoso che, dopo due brevi esperienze nei settori giovanili di Monza e Bologna, porterà nel novembre 2010 il più giovane dei fratelli Mancini addirittura Oltremanica, al Manchester City, dove papà Roberto viene ingaggiato come allenatore della prima squadra.

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Roberto e Andrea Mancini insieme in una foto di campo. Bobby-gol, come lo chiamavano i tifosi della Sampdoria, non sembra molto contento. Anche Andrea appare deluso o quantomeno affaticato.

Inter-Bologna-Manchester City: un trittico di squadre che accomunano padre e figlio.

«Nella Primavera del Bologna ho giocato la mia prima stagione da “adulto”, mentre a Manchester ho disputato il torneo riservato alle “Reserves”: il campionato giovanile più duro d’Europa».

Il City, fino ai primi anni 2000, era una società nella media, reduce da una stagione in serie C e incapace di competere con le “Big four” Arsenal, Liverpool, Chelsea e soprattutto i cugini dello United.

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Nel 2012, gli sforzi economici della nuova proprietà del City vengono ripagati sul campo dalla squadra di Mancini, che vince il titolo con una rimonta al cardiopalma sul già retrocesso Qpr.

Poi, l’arrivo di due nuove proprietà, una thailandese e l’altra emiratina, ne hanno cambiato pelle e ambizioni, lanciandola nell’empireo dei club britannici più ricchi e blasonati.

«L’esperienza al City è stata forse la più importante della mia carriera. A Manchester ho trovato una realtà stupenda, specialmente dal punto di vista calcistico. In Inghilterra si respira calcio vero 24 ore al giorno e, anche a livello giovanile, si giocano campionati appassionanti e competitivi».

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La prima esperienza tra i professionisti di Andrea Mancini è all’Oldham, dove arriva nel novembre 2011 insieme al compagno di squadra e connazionale Luca Scapuzzi. Sarà un’esperienza deludente, condita da due sole presenze complessive.

Esattamente un anno dopo il suo arrivo in Inghilterra, nel novembre 2011 Andrea Mancini vive la sua prima esperienza tra i professionisti all’Oldham, nella League One inglese (terza divisione).

Arrivato in prestito secco dal City insieme al compagno di Primavera Luca Scapuzzi, in due mesi Mancini colleziona in maglia biancoblu appena due presenze tra campionato e Coppa: abbastanza per tornare a Manchester già a gennaio.

«Due mesi non sono tanti per esprimere un giudizio definitivo. Anche se all’Oldham ho giocato poco, devo riconoscere che mi sono trovato bene lo stesso. Ci tengo a ringraziare la loro dirigenza perchè l’Oldham, nonostante tutto, rimane la squadra che mi ha fatto esordire tra i professionisti».

La parentesi all’Oldham sarà il suo ultimo assaggio di calcio inglese.

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Subito dopo la fine della breve parentesi all’Oldham, Andrea Mancini riparte da Manchester per un nuovo prestito, destinazione Fano: a due passi dalla casa natale di papà

Infatti, neanche il tempo di riprendere confidenza con il paesaggio industriale di Manchester che Mancini torna in Italia per un altro prestito.

La sua nuova destinazione è il Fano, in Lega Pro.

Il Mancio è nato nel 1964 a Jesi, ad appena una sessantina di chilometri da Fano.

Viene in mente, per l’ennesima volta, quel verso della canzone dei tifosi sampdoriani: «Come il mio papà».

Football - Lancashire Senior Cup - Quarter-Final - Manchester City FC v Liverpool FC

Il rapporto tra il City e Andrea Mancini dura due anni, fino a quando i Citizens decidono di lasciarlo andare via a parametro zero. Dopo l’Inghilterra, per Andrea è il turno della Spagna: lo vuole il Real Valladolid.

Nelle Marche, Andrea totalizza una decina di presenze, prima di tornare al City per l’ultima volta. Già, perchè nel luglio 2012 i Citizens lo lasciano svincolare.

Mancini sarebbe felice di continuare a giocare in Inghilterra, tanto che si allena per qualche tempo con il Bournemouth.

«Il calcio inglese è il migliore sotto tutti i punti di vista. Coinvolge i calciatori in maniera esagerata, quasi ossessiva. Il tifo è spettacolare e il calcio si vive senza sosta, non solo la domenica. Gli stadi sono sempre pieni, in tutte le categorie e per ogni partita».

È anche per questo che Mancini, in mancanza di valide prospettive nel Regno Unito, accetta l’offerta di una squadra che gioca nel secondo campionato più competitivo d’Europa: il Real Valladolid.

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Dalla sua nuova esperienza al Real Valladolid, Andrea Mancini si aspetta tanto. Purtroppo, a causa di alcuni problemi burocratici, l’ex trequartista del City non vede il campo fino a gennaio e ciò lo taglia fuori dalla prima squadra. Fino al mese di giugno, racimolerà una decina di presenze nella squadra B.

La Liga è sempre stata nei sogni di Andrea, attratto dai grandi campioni del Barcellona e del Real Madrid.

L’esperienza in Spagna viene resa problematica da alcuni guai burocratici che rallentano l’ingresso di Mancini in prima squadra, rinviato al mese di gennaio.

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Andrea Mancini fotografato con la maglia del Real Valladolid.

«Colpa di un documento arrivato il ritardo. Dalla Spagna mi aspettavo qualcosa di più della decina di presenze che ho totalizzato, ma l’esperienza al Valladolid è stata comunque costruttiva. Purtroppo, in quel periodo alcuni alimentavano le voci di un mio stile vita distante da quello di un calciatore: sciocchezze. Semplicemente, non mi hanno potuto tesserare subito e per farlo abbiamo dovuto aspettare la finestra di mercato di gennaio».

Il contratto di Mancini con il Valladolid scade nel luglio 2013 e non gli viene rinnovato.

Il ragazzo si guarda attorno alla ricerca di nuove opportunità lavorative. Non convinto da alcune offerte ricevute dall’Italia e dall’estero, Mancini firma con l’Honvèd di Budapest. La squadra che fu di Puskas.

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Andrea Mancini il giorno della presentazione come nuovo giocatore dell’Honvèd di Budapesti, in Ungheria. Nella capitale mitteleuropea rimarrà per un anno e mezzo, diventando uno degli uomini simbolo della nutrita colonia italiana nella società che fu del leggendario Ferenc Puskas.

E che la Sampdoria del papà affrontò nella Coppa Campioni 1991-1992 (a proposito della teoria dei corsi e controricorsi storici).

«Insieme all’Haladàs, l’Honvèd è la squadra dove mi sono trovato meglio. Grazie alla presenza in rosa di tanti connazionali, non è stato difficile ambientarsi. Anzi, a Budapest mi sono sentito come a casa».

Allenatore italiano (Marco Rossi – altro ex blucerchiato), direttore sportivo italiano (Fabio Cordella) e una rosa composta da ragazzi come Emanuele Testardi (in prestito dalla Sampdoria), Raffaele Alcibiade, Emiliano Bonazzoli e gli italiani di adozione Job e Diarra.

A Budapest, in Ungheria e nel resto del mondo, Honved vuol dire una cosa sola: Ferenc Puskas. Il simbolo dell’Aranycsapat (“squadra d’oro”), la Nazionale che sfiorò la vittoria ai Mondiali del 1954 perdendo 2-4 contro la Germania Ovest nella finale passata alla storia come “Miracolo di Berna”.

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Ferenc Puskas con la maglia da allenamento dell’Honvèd, la squadra del Ministero della Difesa ungherese.

Insieme ai rivali cittadini del Ferencvàros, l’Honvèd è la squadra più importante e tifata della capitale ungherese.

Per Mancini, indossare una casacca così carica di storia è stato un onore.

«Budapest mi ha dato tanto: in quel periodo sono cresciuto come uomo e come calciatore. Proprio all’Honved ho avuto l’allenatore che mi ha trasmesso di più. Mister Marco Rossi ha avuto il merito di trasformarmi tatticamente. Con lui mi sono trovato benissimo sotto ogni punto di vista».

Da trequartista offensivo a mezzala o addirittura regista davanti alla difesa: un cambiamento radicale per un giocatore abituato a puntare l’area di rigore avversaria.

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Andrea Mancini fotografato nella stanza dei trofei dell’Haladàas, il giorno della presentazione come nuovo numero 10 (“come il mio papà”) della più importante squadra della città di Szombathely.

Mancini rimane all’Honvèd fino al gennaio 2015, quando una gestione societaria schizofrenica lo convince a firmare per l’Haladàs della città di confine di Szombathely, a due passi dall’Austria.

«All’Haladàs ho trovato Tommaso Rocchi, Martinez e altri italiani. Un aspetto importante che ha contribuito a creare un gruppo unito e compatto. La situazione di classifica era difficile ma il grande affiatamento che c’era tra di noi ci ha fatto conquistare la salvezza all’ultima giornata».

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Andrea Mancini ha ancora molto dubbi sul suo futuro. Sullo sfondo lo stemma del Galatasaray, che papà Roberto ha allenato tra il 2013 e il 2014.

Scaduto nel mese di giugno il contratto con il club ungherese, Andrea Mancini ha ricevuto svariate manifestazioni di interesse dall’Italia e addirittura dagli Stati Uniti d’America.

«C’è stato un mezzo accordo con la Maceratese. Era praticamente fatta, ma l’affare non si è concretizzato per colpa mia. Non sono voluto tornare in Italia, anche se si trattava di una grande società e lo dimostra il grande campionato che sta facendo in Lega Pro. Smentisco di avere sentito il Nova Gorica, mentre devo ammettere che è ancora in piedi la pista Dc United».

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In tempi recenti, è stato Simone Bracalello a sdoganare il calcio italiano in America. Nativo anche lui di Genova, Bracalello è stato tra i primi italiani a volare negli Usa negli anni 2000 per giocare a pallone. Una strada che anche Mancini avrebbe il piacere di percorrere.

Gli Stati Uniti sono il futuro del calcio, Simone Bracalello docet.

E anche Mancini, che parla di una MLS in grande espansione, non nasconde di coltivare il sogno di fare un’esperienza a stelle e strisce.

Per quanto riguarda la possibilità di un ritorno in Italia, invece, scuote la testa.

«È sotto gli occhi di tutti che il calcio italiano è in crisi. Di recente qualche campione è tornato a giocare in serie A e la Juve è arrivata in finale di Champions, ma il problema non è solo tecnico, è strutturale: i giovani faticano a emergere e la gente si tiene sempre più lontana dagli stadi».

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Andrea Mancini ha ammesso le tante difficoltà incontrate nella sua vita, non solo calcistica, per il cognome “pesante” che si porta dietro.

I tempi d’oro vissuti dal papà sono distanti anni luce.

A proposito di Roberto, il figlio Andrea non nasconde le difficoltà legate a portare sulle spalle un cognome così importante.

«Non è facile essere figlio di un ex giocatore così importante. In questi anni ho cercato di lavorare il doppio, dando il 200 per cento. L’Italia è un Paese dove la gente parla in continuazione e i paragoni sono quotidiani: ma a me non interessa. Tutto quello che il calcio mi ha dato negli anni è solo ed esclusivamente frutto dei miei sacrifici».

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Tra le squadra dove Andrea Mancini vorrebbe giocare, c’è anche il Ferencvaros, la squadra del calcio ungherese che vanta nel Paese il maggior numero di trofei. Psst: non ditelo ai tifosi dell’Honvèd. Ci rimarrebbero male…

Ma dove vorrebbe giocare un giorno Andrea Mancini?

«Tra le squadre straniere non di primissima fascia, le mie preferite sono Galatasaray e Ferencvaròs. Hanno tifosi spettacolari e un ambiente molto caloroso. Anche se il mio sogno si chiama Sampdoria. Come vedo quest’anno i blucerchiati? Fino a oggi la stagione non è stata molto positiva, ma la Samp ha una rosa e un allenatore importanti e sono sicuro che si riprenderà e farà un buon campionato di qui alla fine».

Come si è visto ripercorrendo la sua breve ma già lunga carriera, la squadra blucerchiata ritorna di continuo nelle sue vicende biografiche.

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Andrea Mancini come Roberto? Per molti motivi, il paragone è un azzardo. Ma non si possono nascondere i tanti aspetti che li accomunano. In primis l’amore incondizionato per i colori della Sampdoria.

Non solo per il passato da giocatore di papà Roberto, ma anche per i tanti colleghi che ha incontrato ovunque, persino nella lontana Ungheria.

Andrea Mancini ha dovuto scrollarsi di dosso la zavorra del cognome che si porta appresso: un cognome altisonante, che crea aspettative e speranze, alimentando dubbi, sospetti e illazioni.

Quando giocava nell’Honvèd, il ragazzo raccontava di non sentire pressioni. Un dettaglio importante che gli ha consentito di crescere serenamente e di essere giudicato per quello che faceva in campo, a prescindere dal nome di sette lettere stampato sulla maglia rossonera.

L’unica concessione che chiede Andrea Mancini: il figlio d’arte innamorato dell’Ungheria e dei quattro colori blucerchiati.