Stefano Cusin, l’allenatore giramondo che Walter Zenga ha scelto come suo braccio destro

Stefano Cusin è un vero "avventuriero del calcio". Il tecnico aretino, nato in Canada nel 1968, ha allenato in tre continenti. È nota la sua amicizia con Walter Zenga, di cui ha fatto il vice in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti.

Stefano Cusin è un vero “avventuriero del calcio”. Il tecnico aretino, nato in Canada nel 1968, ha allenato in tre continenti. È nota la sua amicizia con Walter Zenga, di cui ha fatto il vice in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti.

Non capita tutti i giorni di raccontare le gesta di un ex calciatore italiano, ora divenuto allenatore, che vanta un passato nella serie A della Guadalupa e un presente da tecnico dell’Ahli Al-Khalil, nella serie A palestinese. In Cisgiordania, Stefano Cusin è arrivato nel gennaio 2015.

Giusto in tempo per arricchire il suo palmarès personale di un altro titolo, la coppa nazionale, festeggiata con un gruppo di ragazzi di estrazione popolare, animati da virtù dimenticate.

Una vita da giramondo, la sua: la vita di un uomo che si è fatto conoscere ovunque all’estero come uno dei tecnici italiani più preparati e vincenti degli ultimi anni. A ogni latitudine, in qualunque campionato, in qualsiasi categoria. «Un avventuriero del calcio», come lo chiama qualcuno.

In Africa e Asia, Cusin è una leggenda.

Vuoi per uno scudetto conquistato in Libia, nella squadra del figlio di Gheddafi; vuoi per il suo legame professionale e umano con “l’uomo ragno” Walter Zenga, di cui ha fatto il vice negli Emirati Arabi, dopo un incontro casuale nell’estate 2008; vuoi per la sua proverbiale mentalità moderna e multiculturale, che gli ha attirato le simpatie di tifosi di mezzo mondo (mancano all’appello giusto le Americhe e l’Australia: ma in futuro chissà).

Una vita passata a trascinare un trolley, tra Africa, Asia e Golfo persico. Nel suo palmarès, spicca lo scudetto conquistato con la squadra libica dell'Al-Attihad nel 2009.

Una vita passata a trascinare un trolley, tra Africa, Asia e Golfo persico. Nel palmarès di Cusin, spicca lo scudetto conquistato con la squadra libica dell’Al-Attihad nel 2009.

La singolarità di questo personaggio, già si misura dalla carta d’identità. Nato in Canada nel 1968, vissuto in Francia ma di cittadinanza italiana, Cusin ha avuto una buona carriera da calciatore, vissuta tra la Francia e la Svizzera, con una rapida e spettacolare incursione nei Caraibi, risalente alla stagione 1989/1990.

Cusin è stato un apripista del fenomeno degli emigranti del pallone, favorito dal fatto di conoscere bene le lingue straniere, in particolare francese e inglese.

Un quid che gli ha fatto intraprendere un lungo viaggio per il mondo, dal Camerun all’Arabia Saudita, passando per la Bulgaria, il Congo e la Libia. E ora la Palestina, dove è appena sbarcato per arricchire il suo curriculum di una nuova, straordinaria esperienza.

Di sicuro, Cusin un record l’ha già battuto. È il primo allenatore italiano a sedersi sulla panchina di una squadra palestinese. Parliamo dell’Ahli Al-Khalil di Hebron, città della Cisgiordania meridionale. Una zona di guerra, pur distante da Gaza. Ma pur sempre una zona di guerra.

Lo sapeva benissimo, Cusin, prima di accettare l’offerta di Sharif, il presidente della società palestinese che lo ha voluto fortemente e con cui viaggia spesso in auto per andare a cena. Eppure, nonostante i rischi associati a una realtà costantemente soggetta a tensioni, Cusin non ha paura.

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Nel gennaio 2015, Stefano Cusin è sbarcato a Hebron, in Cisgiordania, per allenare l’Ahli Al-Khalil. L’ultima tappa di un lungo giro per il mondo che lo ha portato a esportare ovunque il suo calcio.

Lo ha svelato nell’intervista rilasciata a metà gennaio al Giornale, dove ha insistito più volte sull’importanza dello sport come fattore di dialogo tra i popoli. Come succede a Hebron, dove le comunità palestinese e israeliana trascorrono in pace una normale quotidianità, che scivola dolcemente sui binari del tifo comune per la squadra della propria città.

Un altro mondo, Hebron. Il mister si è lasciato alle spalle i tempi delle limousine e dei jet privati, abbracciando una dimensione nuova, più familiare e umana.

Il contatto “umano” per «restare umani», come diceva l’attivista filo-palestinese Vittorio Arrigoni, caduto a Gaza mentre si batteva per favorire il dialogo tra Palestina e Israele in nome di una pace che appare ancora lontana.

Direttamente dalla Palestina, il tecnico nato in Canada nel 1968 ci propone un resoconto della sua vita, raccontata attraverso un punto di vista speciale. Quello di un allenatore cosmopolita, che ha accumulato un bagaglio pesante di esperienze diverse, ma unite dal filo conduttore del calcio.

Karl-Heinz Rummenigge, 50 presenze e 34 gol con la maglia del Servette. Cusin è stato suo compagno di squadra nella stagione 1988/1989.

Karl-Heinz Rummenigge, 50 presenze e 34 gol con la maglia del Servette. Cusin è stato suo compagno di squadra nella stagione 1988/1989.

Com’era Stefano Cusin da calciatore?

«Giocavo trequartista, favorito da uno sviluppo in altezza avvenuto molto presto, a 15 anni. Sono cresciuto calcisticamente in alta Savoia, prima nell’Annemasse e poi nel Toulon, dove ho esordito in serie C. A 19 anni mi sono trasferito in Svizzera, nell’Etoile Carouge, dove mi alternavo tra Primavera e prima squadra. La stagione dopo mi prese il Servette, che allora era la più prestigiosa società svizzera. Lì ci giocava un certo Rummenigge, pensa te che emozione. Poi un litigio con l’allenatore Pazmandy mi convinse ad appendere gli scarpini al chiodo».

Una decisione solo temporanea, da cui sei rientrato poco dopo, giusto?

«Esatto. È successo quando ho letto casualmente un annuncio su France Football. La “Juventus” della Guadalupa, il Saint Martin, cercava un attaccante. Ho incontrato in Francia l’allenatore della squadra: due chiacchiere a quattrocchi e ho accettato la sua proposta. Quell’anno abbiamo vinto lo scudetto e mi sono aggiudicato il titolo di capocannoniere. Una stagione indimenticabile, ma avevo altre ambizioni e sono tornato in Francia, al Roanne, in terza serie».

Lì hai iniziato ad allenare. Quando hai cominciato avevi solo 23 anni…

«Tutto è avvenuto casualmente. L’allenatore degli Allievi del Roanne aveva avuto un malore e il presidente aveva pensato a me per sostituirlo. All’inizio ero roso dal dubbio, ma poi ho deciso di provarci. Ho stretto da subito un buon rapporto con ragazzi e genitori, al punto che avevo già raggiunto un accordo per il rinnovo del contratto, quando ho incontrato la donna della mia vita»…

Tua moglie. Che ti ha spinto a trasferirti per la prima volta in Italia.

«A Castiglione Fiorentino, in provincia di Arezzo. Per la famiglia, ho scelto di lasciare momentaneamente il calcio per una professione più “sicura”. Ho lavorato per anni tra locali e ristoranti, prima di aprire un bar tutto mio. Ma la passione era troppo forte per uscire dal mondo del calcio».

Dopo una breve esperienza da allenatore degli Allievi del Roanne, Cusin sbarca in Italia, a Castiglione Fiorentino. Qui comincia a lavorare in svariati settori giovanili, fino a diventare il responsabile tecnico degli Allievi del Montevarchi.

Dopo una breve esperienza da allenatore degli Allievi del Roanne, Cusin sbarca in Italia, a Castiglione Fiorentino. Qui comincia a lavorare in svariati settori giovanili, fino a diventare il responsabile tecnico degli Allievi del Montevarchi.

In che senso, Stefano?

«Mia moglie aveva un fratello più piccolo che giocava nei Giovanissimi della squadra del paese. Il responsabile del settore giovanile della società mi affida questi ragazzi. Partita dopo partita, passo dopo passo, abbiamo ottenuto grandi miglioramenti. Di lì sono arrivato ad allenare gli Allievi del Montevarchi. Ma qualcosa stava cambiando: la figura dell’allenatore contava sempre meno, con i genitori dei ragazzi che stavano diventando troppo “esigenti”. Così ho deciso di lasciare l’Italia».

Cosa ti è rimasto di quel periodo?

«Una marea di ricordi bellissimi. Ci tengo a menzionare il biennio al San Domenico (1995-1997), una società diretta e composta da persone di sani princìpi. Una piazza dove è stato possibile lavorare all’insegna di due valori in via di estinzione: lavoro e meritocrazia. E sono arrivati anche i risultati, con due qualificazioni consecutive alle finali nazionali di categoria. Sono stati anni bellissimi; non a caso, a distanza di anni, mi sento ancora con i ragazzi che ho allenato in quel periodo».

Stefano Cusin comincia la sua carriera da "pallone in fuga" in Camerun, assumendo l'incarico di selezionatore della Nazionale under-17 dei Leoni indomabili. Nel suo curriculum, due esperienze al Torneo di Viareggio, dove ha lanciato Boumsong (acquistato dall'Inter) e Matute, attualmente al Crotone.

Stefano Cusin comincia la sua carriera da “pallone in fuga” in Camerun, assumendo l’incarico di selezionatore della Nazionale under-17 dei Leoni indomabili. Nel suo curriculum, due esperienze al Torneo di Viareggio, nelle edizioni del 2004 e del 2005, dove ha lanciato Boumsong (poi acquistato dall’Inter) e Matute, ora al Crotone.

Nel 2003 comincia la tua vita da “pallone in fuga”. La prima chiamata arriva dal Camerun…

«Sì, mi hanno proposto di fare il direttore tecnico della rappresentativa nazionale under-17. Ho subito accettato, senza pensarci troppo. A dire il vero, è stata una pazzia. Allora gestivo un bar-ristorante a Castiglione, non è stato facile comunicare alla mia famiglia la decisione di mollare tutto per tentare l’avventura nell’Africa nera. Ma col senno di poi, posso dire di averci visto giusto».

Come ti sei trovato nel Paese dei Leoni indomabili?

«In Africa ci sono persone di una determinazione e di una bellezza straordinarie. Ricorderò per sempre il torneo di Viareggio del 2004, a cui abbiamo partecipato come “Cameroon Douala”, di cui ero allenatore. Per la prima volta, una compagine africana ha sfiorato la qualificazione alla fase finale, con due pareggi (contro Fiorentina e Modena) e una sconfitta. Ricordo che prima di partire per l’Italia, i ragazzi mi hanno chiesto com’era l’Europa, preparandosi ad affrontare il rigido clima invernale italiano mettendo una mano nel freezer».

«Un altro aneddoto da raccontare? Quello dell’amichevole pre-torneo giocata a Perugia contro la Primavera della squadra umbra. A fine partita, anziché lavarsi subito, miei giocatori si sono rivestiti per tornare in albergo. Non avevano i ricambi! In Camerun, infatti, la maggior parte dei campi non hanno le docce e i ragazzi non immaginavano che in Italia ci fossero».

Uno scorcio dello stadio di Limbe, cittadina costiera del Camerun dove Cusin è andato a lavorare dopo avere lasciato l'incarico di allenatore della Nazionale Under-17.

Uno scorcio dello stadio di Limbe, cittadina costiera del Camerun dove Cusin è andato a lavorare, su proposta del dirigente sportivo Njalla Kuan, dopo avere lasciato l’incarico di allenatore della Nazionale Under-17.

Nel 2005 la seconda partecipazione al Viareggio, questa volta come “Njalla Quan Sport Academy”. Lì le cose sono andate addirittura meglio…

«Dopo la rescissione del contratto con la Federazione, mi ha contattato il presidente del settore giovanile nazionale. Ci siamo appoggiati all’Empoli per cominciare un progetto di calcio a Limbe. Le cose sono andate benissimo, al Viareggio abbiamo vinto la nostra prima partita e pareggiato contro l’Inter. Di quella squadra faceva parte Matute, che adesso gioca nel Crotone. È stata un’esperienza indimenticabile, che ha convinto tanti addetti ai lavori, che fino a quel momento l’avevano snobbato, delle potenzialità del calcio africano».

Dopo una breve parentesi come direttore tecnico delle selezioni giovanili del Congo, il tuo ritorno in Europa, per la precisione nella serie A bulgara.

Stefano Cusin nel 2008, intervistato durante la sua esperienza al Botev Plovdiv, nella serie A bulgara. Un periodo non facile, per le ripetute contestazioni dei tifosi gialloneri all'indirizzo del presidente della società.

Stefano Cusin nel 2008, intervistato durante la sua esperienza al Botev Plovdiv, nella serie A bulgara. Un periodo non facile, reso ancor più complicato dalle ripetute contestazioni dei tifosi gialloneri nei confronti del presidente della società.

«In Congo purtroppo è andata malissimo, c’era un contrasto tra la Federazione e il ministro dello sport; non mi hanno pagato per diversi mesi, ho fatto ricorso alla Fifa e l’ho vinto. Poi, un mio amico che faceva il procuratore mi ha telefonato per dirmi che il presidente del Botev Plovdiv voleva parlarmi. Ci siamo incontrati a Padova: era un personaggio simpatico, “alla Ferrero”. Ho deciso di accettare la sua offerta, anche perché mi ha promesso che avrebbe fatto uno squadrone: e infatti, ad agosto ha venduto i tre giocatori più forti della squadra».

E i tifosi non l’hanno presa benissimo…

«A ogni partita, una contestazione. Non contro la squadra, ma verso il presidente, che si guardava bene dal venire allo stadio per seguire le partite. Ricordo bene il giorno che il capo-ultrà del Botev è sceso in campo a parlarmi».

Una foto della caldissima curva del Botev Plovdiv. Una piazza esigente, dove un giorno Cusin si è trovato a discutere con un capo-ultrà, che aveva tatuato sulla fronte lo stemma della squadra. Un ricordo indelebile, immaginiamo, proprio come quel tattoo.

Una foto della caldissima curva del Botev Plovdiv. Una piazza esigente, dove un giorno Cusin si è trovato a discutere con un capo-ultrà, che aveva tatuato sulla fronte lo stemma della squadra. Un ricordo indelebile, proprio come quel tattoo.

«Aveva tatuato sulla fronte lo stemma della squadra. Parlando ai tifosi con il cuore in mano, siamo riusciti a calmarli, ma a seguito di un pareggio interno sono scoppiati dei tafferugli che mi hanno costretto alle dimissioni. È stato un periodo difficile, non ne potevo più di vivere sotto scorta: ma mi è servito per conoscere l’altra persona più importante della mia vita».

Ovvero Walter Zenga. La tua amicizia con lui è cosa nota. Ma come vi siete conosciuti?

«In occasione dell’amichevole tra Botev e Catania, il 24 luglio 2008 ad Assisi. Prima della partita, si avvicina al nostro staff e si presenta a ognuno di noi. Quand’è il mio turno, si presenta in inglese e io gli rispondo in italiano, sorprendendolo. Non sapeva fossi un suo connazionale! Una risata per sdrammatizzare la piccola gaffe e ci affrontiamo sul campo».

Walter Zenga e Stefano Cusin si conoscono il 24 luglio 2008 ad Assisi, in occasione dell'amichevole tra Botev Plovdiv e Catania. Tra i due nasce subito un'intesa umana e lavorativa.

Walter Zenga e Stefano Cusin si conoscono il 24 luglio 2008 ad Assisi, in occasione dell’amichevole tra la squadra bulgara del Botev Plovdiv e il Catania. Tra i due nasce subito un’intesa perfetta, dal punto di vista umano e professionale.

«A fine partita, rimaniamo nel cerchio di centrocampo a parlare del più e del meno per più di 40 minuti. Da lì nasce il nostro feeling».

Dopo la Bulgaria, la Libia. Un bel salto geografico e culturale, non c’è che dire.

«A novembre, ricevo la chiamata di un importante agente libico, che mi fissa un appuntamento a Tripoli per il giorno dopo. Vado all’ambasciata a Roma per il visto, che riesco ad avere in pochi minuti, grazie all’interessamento di Gheddafi in persona. Mi voleva l’Al-Ittihad, la squadra della capitale di proprietà del figlio del Colonnello. Andare in Libia è stata la svolta della mia carriera».

Cosa vuol dire allenare l’Al-Ittihad?

«A livello mediatico, vale come la Juve (se non di più). 2.000 persone ad assistere agli allenamenti, 80.000 allo stadio: in entrambi i casi, pagando il biglietto. Quando sono arrivato, la squadra era quinta in classifica».

«“Ti ho preso perché sei italiano e vieni dal Paese della tattica”, chiarisce subito Gheddafi Junior. Era evidente che per cambiare le cose, occorreva svecchiare la squadra, lanciando qualche giovane della Primavera. I ragazzi hanno cominciato a lavorare duramente, con una particolare attenzione al lavoro fisico. E infatti i risultati sono arrivati. Con lo scudetto».

Stefano Cusin con la Coppa vinta in Libia nel 2009, da allenatore dell'Al-Ittihad. Al suo arrivo, la squadra era quinta in classifica. Poi, grazie a una grande cavalcata, la squadra si è aggiudicata lo scudetto.

Stefano Cusin con la Coppa vinta in Libia nel 2009, da allenatore dell’Al-Ittihad. Al suo arrivo, la squadra era quinta in classifica. Poi, grazie a una cavalcata inarrestabile, la squadra si è aggiudicata lo scudetto.

Qualche aneddoto da raccontarci?

«Sicuramente il derby di Tripoli contro l’Al-Ahly. Chiusi in albergo da domenica, siamo andati a fare la rifinitura scortati da migliaia di tifosi. La partita è andata benissimo, vinta con un gol allo scadere e per giunta in inferiorità numerica. Una vittoria fantastica, resa possibile anche da uno staff che mi ha aiutato a raggiungere l’obiettivo dello scudetto. Ci tengo a citare Stefano Mobili, che durante l’anno è stato importante per raggiungere il risultato finale. Avendo lavorato quattro anni con Amedeo Carboni, aveva accumulato molta esperienza sul piano tattico: il suo contributo durante l’anno è stato essenziale per scalare la classifica e terminare il campionato al primo posto».

Il tuo rapporto con i sostenitori dell’Al-Ittihad?

«Eccezionale. A Tripoli ero molto amato dai tifosi. Ti adorano, ti portano fiori, dolci e altre cose da mangiare. Dall’entusiasmo che mi riversavano addosso, quasi non riuscivo a camminare per la città. Ripeto, allenare lì è stata una vera e propria svolta per la mia carriera».

Alla fine del 2009, Walter Zenga propone a Cusin di fargli da vice all'Al-Nassr, in Arabia Saudita. Stefano accetta, dando vita a una coppia affiatata dentro e fuori dal campo.

Alla fine del 2009, Walter Zenga propone a Cusin di fargli da vice all’Al-Nassr, in Arabia Saudita. Stefano accetta, dando vita a una coppia affiatata dentro e fuori dal campo, cementata dalla fede comune nella cultura del lavoro e del sacrificio.

Alla fine del 2009, Walter Zenga entra di prepotenza nella tua vita. Come è successo tutto?

«A novembre, mi chiama per chiedermi di andare ad allenare l’Unirea, in Romania, ma alla fine la trattativa non si concretizza. Poco male, dato che qualche settimana dopo Walter riceve un’offerta faraonica da parte del principe saudita, che gli propone di allenare l’Al-Nassr di Riyad. Walter mi contatta per fargli da vice, accetto subito. Firmiamo il contratto a Beirut, in Libano, nel mese di gennaio. Di quel giorno ricordo un’assurda domanda tattica di un uomo della corte del principe. Zenga stava per rispondergli male, per fortuna tutto si è risolto in modo positivo»!

L’avventura in Arabia Saudita non è durata tantissimo. Come mai?

Cusin è un allenatore molto scrupoloso. Da quando allena ad alti livelli, raccoglie (come faceva Bill Shankly al Liverpool) annotazioni su ogni seduta di allenamento. In questa foto, allena un giocatore sui tiri in porta.

Cusin è un allenatore molto scrupoloso. Da quando allena ad alti livelli, raccoglie (come faceva il mitico Bill Shankly al Liverpool) annotazioni su ogni seduta di allenamento. In questa foto, allena un giocatore nei tiri in porta.

«All’inizio è andato tutto alla grande. Abbiamo svolto la preparazione estiva in Trentino, a Castelrotto. Dopo avere battuto in amichevole Lazio e Bari, abbiamo perso con la Juve nonostante una buona prestazione. La prima partita di campionato a Najran, al confine con lo Yemen. C’erano 6.000 persone ad aspettarci. La cosa incredibile? Che è successo in pieno ramadan! La squadra ha cominciato benissimo, tanto che a dicembre avevamo perso una sola partita. C’era un solo – grosso – problema: non ci pagavano. Semplicemente, il padre del principe aveva chiuso i rubinetti. Stufi della situazione, ce ne siamo andati, anche se, a onor del vero, qualche mese dopo ci hanno pagato gli arretrati».

Dall’Al-Nassr di Riyad all’Al-Nasr di Dubai. Solo una lettera di differenza, o qualcosa di più?

«La dimensione rimaneva importante. Una settimana dopo la nostra partenza da Riyad, abbiamo trovato casa a Dubai. L’Al-Nasr era una nobile decaduta, finita nei bassifondi della classifica. Il loro allenatore aveva un impegno con la Nazionale olimpica degli Emirati e quindi cercavano un tecnico per salvarsi. Abbiamo raggiunto l’obiettivo vincendo un paio di scontri diretti. La squadra non era fortissima, ma i ragazzi hanno assimilato in fretta la mentalità di Zenga».

Foto di squadra dell'Al-Nasr del 2012. Il secondo in piedi da destra, è Luca Toni, che con 3 gol in 8 presenze ha contribuito al secondo posto finale nella UAE Arabian Gulf League.

Foto di squadra dell’Al-Nasr del 2012. Il secondo in piedi da destra, è Luca Toni, che con 3 gol in 8 presenze ha contribuito al secondo posto finale nella UAE Arabian Gulf League.

«Tra l’altro, i giocatori erano abituati ad allenarsi poco e male: nel giro di qualche mese hanno cominciato ad arrivare al campo con due ore di anticipo. Comunque, ci è stato rinnovato il contratto per un’altra stagione, vista l’incredibile qualificazione alla Champions League asiatica con il terzo posto finale. La seconda stagione è andata ancora meglio, dato che la squadra ha raggiunto il secondo posto in classifica, anche grazie al contributo di Luca Toni. Dopo di che, a fine stagione, per via di un malinteso, io e Walter siamo andati ognuno per la propria strada».

Dopo la temporanea separazione da Zenga, è arrivata la chiamata del Fujairah…

Nel 2013, le strade di Zenga e Cusin si separano momentaneamente. Stefano va ad allenare il Fujairah, nella serie B degli Emirati. Il risultato? In 17 partite, 15 vittorie, un pareggio e una sconfitta: un eccezionale ruolino di marcia.

Nel 2013, le strade di Zenga e Cusin si separano momentaneamente. Stefano va ad allenare il Fujairah, nella serie B degli Emirati. Il risultato? In 17 partite, 15 vittorie, un pareggio e una sconfitta: un ruolino di marcia eccezionale.

«La squadra giocava nella B degli Emirati. Da anni spendevano tanti soldi senza riuscire a salire. Mi hanno dato carta bianca per ricostruire la squadra. Dopo qualche mese, mi sono reso conto di essere cresciuto tantissimo come allenatore. Il tutto grazie a Walter, a cui devo tantissimo. In 17 partite, 15 vittorie, un pareggio e una sconfitta. Ci siamo pure qualificati per la finale della coppa di serie B, che laggiù consente di accedere al tabellone della coppa di categoria superiore. Tutto bene, quindi, a parte la lotta sotterranea tra lo sceicco proprietario della società e il ministro delle finanze dell’emirato. Una vicenda che mi ha logorato».

«Poi, Walter mi ha chiamato proponendomi di tornare a lavorare con lui. Non ci ho pensato due volte e ho accettato».

Il legame professionale tra Zenga e Cusin ricorda molto da vicino quello tra Clough e Taylor, che tra gli anni Sessanta e Settanta portarono il Derby County dalla serie B allo scudetto (nel 1972).

Il legame professionale tra Zenga e Cusin ricorda molto da vicino quello tra Clough e Taylor, che tra gli anni Sessanta e Settanta portarono il Derby County dalla Second Division allo scudetto (nel 1972). In privato, Zenga e Cusin si chiamano “Brian” e “Peter”. Galeotta è stata la visione del film Il maledetto United, in cui Stefano e “l’uomo ragno” si sono idealmente riconosciuti.

Quindi, tra voi due c’è stata riappacificazione finale. Quanto vi è accaduto ricalca il soggetto del film Il maledetto United, dove Brian Clough convince Peter Taylor a tornare a lavorare con lui.

«Un paragone che per quanto successo con Walter, è un po’ forzato. Ma che regge alla grande per il riferimento a questo film, che abbiamo visto insieme per la prima volta, la seconda sera a Riyad».

«Alla fine del film, Walter si è girato verso di me e mi ha detto: “Voglio che tu sia il mio Peter”. E infatti, ci siamo a tal punto innamorati della storia di Clough e Taylor , che da allora, in privato, ci chiamiamo Brian e Peter. Una storia bellissima, con due personaggi che ci assomigliano profondamente».

Il legame professionale con Zenga si ricompone all’Al-Jazira, nell’ottobre 2013…

Lo staff tecnico dell'Al-Jazira. Al centro si riconoscono Zenga e Cusin, che tra il 2013 e il 2014 hanno condiviso la terza esperienza in cinque anni sulla stessa panchina.

Lo staff tecnico dell’Al-Jazira. Al centro si riconoscono Cusin e Zenga, che tra il 2013 e il 2014 hanno condiviso la terza esperienza in cinque anni sulla stessa panchina.

«Quando arriviamo lì, la squadra galleggia a metà classifica. I ragazzi non hanno identità. Walter fa una rivoluzione complessiva e disputiamo una stagione straordinaria, con tanto di finale di coppa raggiunta a sorpresa. In Champions League arriviamo a un gol dai quarti, mentre in campionato otteniamo il terzo posto finale che comunque assicura la partecipazione della squadra alla Champions».

«Poi una sgradevole sorpresa: nonostante le rassicurazioni dello sceicco, che ci aveva garantito il rinnovo del rapporto contrattuale per altri due anni, non veniamo riconfermati».

Da giugno a dicembre 2014 siete stati fermi. Per quale ragione?

«Zenga era stato contattato per allenare la Nazionale serba, ma Walter non ha trovato l’accordo. In attesa di trovare qualcosa, mi sono messo a viaggiare. Sono andato in giro a seguire gli allenamenti di diverse squadre».

«Quelle che mi hanno colpito di più? Siena ed Empoli. Il tecnico dei biancoblù è Sarri, aretino come me: una persona che conosco personalmente e mi vanto di avere come amico. In effetti è vero, ci siamo presi mezzo anno sabbatico. Poi la chiamata del Cagliari dopo l’esonero di Zeman. Sembrava fatta, ma la trattativa non si è concretizzata».

Sbarcato in Palestina da pochi giorni, Stefano Cusin ha già portato a casa la coppa della "West bank" palestinese. Nell'immagine, la foto di squadra subito dopo il trionfo.

Sbarcato in Palestina da pochi giorni, Stefano Cusin ha già portato a casa la coppa della “West bank” palestinese. Nell’immagine, la foto di squadra scattata subito dopo il trionfo.

Ora alleni l’Ahli Al-Khalil di Hebron, in Palestina. Come ti hanno contattato?

«Mi ha chiamato il presidente Sharif. Avevo una voglia matta di allenare. Ho chiamato Zenga per chiedergli cosa ne pensava: è stato lui che mi ha incoraggiato ad andare. Sharif sta confermando le mie impressioni iniziali: si tratta di una persona davvero squisita».

«Qui mi trovo molto bene. D’altronde, questa regione ha un lato magico-mistico. Le religioni sono nate in questa zona e la città di Hebron, dove risiedo attualmente, si trova a un chilometro dalla tomba di Abramo».

Com’è organizzato il campionato palestinese? Ti senti tranquillo a vivere in Cisgiordania?

Stefano Cusin con la coppa appena vinta. Un altro trofeo che arricchisce il suo palmarès e gli è valso i complimenti pubblici di Walter Zenga.

Stefano Cusin con la coppa appena vinta. Un altro trofeo che arricchisce il suo palmarès e gli è valso i complimenti di Walter Zenga.

«Tranquillissimo. Ho trovato una dimensione familiare che mi fa sentire a mio agio. Poi la Cisgiordania non è come la Striscia di Gaza, c’è molta più tranquillità».

«Sotto il profilo dell’organizzazione calcistica, la Federazione palestinese suddivide il territorio in due campionati diversi, con due categorie professionistiche per ognuno di essi. Noi giochiamo nella serie A della “West Bank”. L’unico grande problema è rappresentato dalla mancanza di strutture. Ci sono pochi campi e questo non consente di lavorare al massimo, ma va benissimo così. Tant’è che ci siamo già aggiudicati la coppa nazionale».

«Com’era successo quando avevo vinto lo scudetto in Libia, Walter è stato tra i primi a chiamare per farmi i complimenti. Mi sono commosso e questo è stato il regalo più bello».

Un’ultima domanda: obiettivi per il futuro?

«Preferisco non fare troppi programmi, non fa parte del mio carattere. So solamente che non ho l’obiettivo di allenare per forza in serie A. Anzi, a essere sincero, mi piacerebbe allenare una Nazionale, per partecipare alla coppa d’Africa, d’Asia o – perché no – a un Mondiale, magari con un ritorno in scena della “coppia Brian-Peter”».

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Walter come Brian, Stefano come Peter. Due coppie affiatate, separate da decine di anni e da migliaia di chilometri, che tuttavia si riannodano attorno al filo conduttore della passione per il gioco più bello del mondo.

Nel prodromo, c’era scritto che qualcuno lo chiama «un avventuriero del calcio». Quel qualcuno è Walter Zenga, “l’uomo ragno” che con Cusin ha dato vita a uno straordinario sodalizio umano e lavorativo, da ammirare per l’amicizia e il feeling caratteriale che li unisce da anni.

Walter Zenga come Brian Clough, Stefano Cusin come Peter Taylor.

Il calcio è magnifico, capace di annullare i decenni e la distanza che separano, temporalmente e geograficamente, l’umida città di Derby dal deserto del Golfo persico. E non manca un altro punto in comune tra le due vicende: Zenga e Cusin, uomini fieri e un po’ ruvidi, testoni e un po’ burberi, ma disposti a rinunciare al un pizzico del proprio orgoglio per riabbracciare un caro amico.

Proprio come successo 40 anni fa in Inghilterra, ma con una sostanziale differenza. Se Clough, per tornare a lavorare con Taylor, aveva dovuto addirittura inginocchiarsi di fronte a lui, a Zenga e Cusin è bastata una stretta di mano, seguita da un abbraccio affettuoso.

E foriero di nuove e future avventure insieme, nel segno di un’amicizia sincera, vera e indissolubile.

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