Jacopo Camilli: l’aeroplanino decollato a Roma e atterrato a Miami, con scalo a Malta

«Le mie caratteristiche come giocatore? Sono un attaccante che può giocare in tutte e tre le posizioni, sia centrale che esterno. Mi piace molto la velocità e giocare la palla. Tecnicamente, mi reputo un calciatore abbastanza valido».

Jacopo Camilli. Romano, classe 1986, è la punta di diamante del Miami United, franchigia della Florida iscritta alla National Premier Soccer League. Nella sua prima stagione americana, Camilli ha segnato 13 gol in 15 presenze.

Jacopo Camilli. Romano, classe 1986, è la punta di diamante del Miami United, franchigia della Florida iscritta alla National Premier Soccer League. Nella sua prima stagione americana, Camilli ha segnato 13 gol in 15 presenze.

Questo il biglietto da visita presentato in Florida da Jacopo Camilli, punta di diamante del Miami United, club della National Premier Soccer League: una delle tante leghe in cui è suddiviso il calcio professionistico a stelle e strisce.

Romano, classe 1986, Camilli è il prototipo dell’attaccante moderno. Non un pennellone alla Toni, ma un centravanti che ama svariare su tutto il fronte offensivo, come Higuain.

Anche se, a dire il vero, il suo idolo è Vincenzo Montella. Perché proprio “l’aeroplanino”? Il collegamento viene spontaneo. Annus Domini 2001, la Roma vince lo scudetto, quell’anno Montella dispiega le ali 13 volte. Camilli si innamora calcisticamente di lui.

È un lupacchiotto, Jacopo.

E un ragazzone umile e coraggioso, con un passato nel vivaio della Nuova Tor Tre Teste, una delle realtà più importanti a livello giovanile della Capitale. Poi il grande salto alla Lodigiani, dove fa fa tutta la trafila nella “cantera” biancorossa, fino a giungere alle porte della prima squadra.

Ha appena compiuto 18 anni, Jacopo. Che vive un sogno. Non gli sembra vero. Tutto sembra indirizzato, instradato, orientato alla conclusione più ovvia. L’inizio di una brillante carriera, partendo dalla serie C per assaggiare un giorno, vicino o lontano, la crema del calcio italiano: la serie A. L’Olimpico. La maglia giallorossa.

Ma un “bel” giorno il patatrac. Un brutto contrasto sul terreno di gioco, gli esami clinici che lo lasciano di sasso. La diagnosi del dottore è una mazzata. Rottura di tibia e perone. La sentenza? Otto mesi fuori.

Campioni - Il sogno è stato uno dei reality-show di maggiore successo della tv italiana. Protagonista del programma? L'immagine, ancora prima del calcio, usato dagli autori del programma come pretesto per coinvolgere il maggior numero possibile di appassionati.

Campioni – Il sogno è stato uno dei reality-show di maggiore successo della tv italiana. Protagonista del programma? L’immagine, ancora prima del calcio, usato dagli autori del programma come pretesto per coinvolgere il maggior numero possibile di appassionati.

Ma Jacopo non intende mollare. E nella stagione 2005/2006, la sua carriera riparte da Cervia, Semisconosciuta località della riviera romagnola che conquista un’improvvisa celebrità. Le parole chiave? Tv. Mediaset. Ilaria D’Amico. La Vodafone come main sponsor. E Ciccio Graziani nel ruolo di allenatore.

Non è una società come tutte le altre, il Cervia. Protagonista di un format televisivo di straordinario successo. Campioni – Il sogno: un reality-show che documenta la vita di una squadra di calcio, dentro e fuori dal campo, 24 ore su 24.

L’immagine che prevale su tutto, il pallone come pretesto, tanti di quei ragazzi che s’immergono nelle acque dorate della celebrità, garantendosi un futuro vissuto tra programmi televisivi di dubbio gusto e riviste patinate che si azzannano per darli in pasto al grande pubblico. Magari in esclusiva.

Ma Camilli non finisce, come alcuni di loro, a fare il tronista. Jacopo è portatore sano di valori in progressiva via di estinzione: serietà, applicazione e lavoro sul campo, con un solo obiettivo in testa: fare gol. Tanti gol. 85 in 140 presenze complessive tra serie D e Stati Uniti.

Che spettacolo, gli Usa. Un mercato calcistico in grande espansione, ricco non solo di tante realtà emergenti. Ma anche di denaro, che lo rendono affidabile e appetito da giocatori italiani stufi di rincorrere un pallone alle dipendenze di società che non onorano gli impegni economici.

Camilli, con la maglia del Miami United, mentre si appresta a concludere in porta. La prima stagione a stelle e strisce di Camilli è andata alla grande: 13 gol in 15 partite.

Camilli, con la maglia del Miami United, mentre si appresta a concludere in porta. La prima stagione a stelle e strisce di Camilli è andata alla grande: 13 gol in 15 partite.

Ne sa qualcosa, Jacopo Camilli.

Che all’inizio del 2013, dopo un lustro e mezzo di gol segnati un po’ ovunque nel panorama dilettantistico laziale tra Interregionale ed Eccellenza, inframezzato da un’intrigante toccata e fuga a Malta, nel Birkirkara, va a Fiumicino e prende l’aereo per gli Stati Uniti.

Dove diventa l’uomo simbolo del Miami United, franchigia nuova di zecca (nata nel 2012) ma che già vanta un grande seguito di tifosi.

Diviso tra Miami Beach e Roma, dove si trova adesso in attesa che negli Usa inizi la nuova stagione calcistica, Jacopo Camilli si racconta a questo blog. Tra un passato non troppo lontano e un futuro ancora indecifrabile, magari nella Major Soccer League (l’equivalente della nostra serie A), collocati agli estremi di un presente vissuto con la maglia del Villanova. Un presente vissuto come sempre: a suon di reti pesanti. E mai banali.

Allora Jacopo, cominciamo dall’inizio. A quando risale il tuo primo approccio con il calcio?

«Premetto che non ho cominciato prestissimo. “Colpa” dei miei genitori, che temevano per il mio rendimento scolastico. Ho iniziato a giocare nella Nuova Tor Tre Teste, poi il passaggio alla Lodigiani, dove è cresciuto un certo Francesco Totti. Lì ho fatto tutta la trafila fino alla Primavera, con l’esordio in prima squadra nel 2004. Ma all’improvviso a sfortuna si accanisce su di me. In uno scontro di gioco mi rompo tibia e perone: otto mesi di stop nel momento migliore della mia carriera. Non ci voleva».

Jacopo Camilli una decina di anni fa, durante una sessione di allenamento con la Lodigiani. La società con cui ha esordito, ancora diciottenne, tra i professionisti.

Jacopo Camilli una decina di anni fa, durante una sessione di allenamento con la Lodigiani. La società con cui ha esordito, ancora diciottenne, tra i professionisti.

Eppure, neanche un infortunio così grave è in grado di fermarti. Torni a giocare nella formazione Primavera, sembra che tutto sia tornato al meglio e poi…?

«Semplicemente, alla Lodigiani cambia la presidenza e mi ritrovo fuori dal progetto. A quel punto mi appoggio al mio procuratore Pastorello, che mi riferisce dell’interessamento del Cosenza. Sto per andare a firmare, quando l’allenatore in seconda del Cervia mi vede giocare un’amichevole a Milano Marittima. E mi propone di andare a giocare per loro: accetto con entusiasmo».

L’esperienza con la maglia gialloblu non è delle più memorabili. Ancora una volta colpa della sfortuna…

«Nel momento più importante della preparazione, ho una brutta infezione all’osso operato qualche tempo prima e rimango fermo per tutta la stagione. A fine anno, il progetto come era stato concepito si sfalda e mi guardo intorno per cercare una nuova sistemazione, dopo un’annata di cui conservo comunque un ottimo ricordo. Vado al Monterotondo, vicino a casa, dunque giro una lunga serie di squadre tra serie D ed Eccellenza, sempre nel Lazio».

È in questo periodo che ti imponi come uno degli attaccanti più prolifici del centro Italia.

«Devo ammettere che giocare a due passi da Roma, a cui sono legatissimo, mi ha fatto bene. Tra Guidonia e Stella Polare, ho ripreso a segnare con una certa regolarità».

Una rara foto di Jacopo risalente all'estate del 2011, quando fa una toccata e fuga al Birkirkara, a Malta, club con cui ha il tempo di esordire in Europa League.

Una rara foto di Jacopo risalente all’estate del 2011, quando fa una toccata e fuga al Birkirkara, a Malta, club con cui ha il tempo di esordire in Europa League.

Una mitragliata di gol che ti apre le porte del calcio straniero. Nell’estate 2011 ti trasferisci a Malta, nel Birkirkara…Nel giro di pochi giorni, passi a giocare dall’Eccellenza ai preliminari di Europa League. Ma toglimi una curiosità: come sei finito a giocare lì?

«Merito del mio nuovo procuratore Matteo Mayer, che mi ha trovato un ingaggio per una delle tre più blasonate squadre di Malta. Un’esperienza fantastica ma brevissima, dato che a luglio c’è stato un cambio di proprietà che ha portato alla rescissione del contratto. Ma in quelle poche settimane di permanenza al Birkirkara, ho avuto il tempo di togliermi uno sfizio niente male».

Ovvero l’esordio nella seconda più importante competizione europea per club. Il tuo debutto il 30 giugno in casa contro gli albanesi del Vllaznia. Chissà che emozione…

Foto di squadra del Birkirkara, prima di uno dei due match dei preliminari di Europa League, giocati contro gli albanesi del Vllaznia. Camilli è il primo da sinistra della fila in alto.

Foto di squadra del Birkirkara, prima di uno dei due match dei preliminari di Europa League, giocati contro gli albanesi del Vllaznia. Camilli è il primo da sinistra della fila in alto.

«Grandissima. All’inizio mi tremavano le gambe, poi l’adrenalina è entrata in circolo e ho giocato come se nulla fosse. In casa abbiamo perso 0-1, mentre là ci siamo tolti la soddisfazione di strappare un pareggio per 1-1. Sono felice di avere fatto l’assist per il nostro gol, di fronte a un pubblico straordinario. Passare da 200 a 20.000 spettatori che ti guardano è stata una sensazione incredibile, che mi porterò dentro per sempre».

«Tra l’altro, vorrei precisare di essere stato l’apripista del fenomeno dei calciatori italiani che vanno a giocare a Malta. Quando sono partito io, la moda doveva ancora cominciare. E il calcio locale non era ancora così all’avanguardia, dominava ancora una mentalità semi-dilettantistica»…

Dopo la parentesi a Malta torni a giocare nel Lazio, fino alla chiamata che ti cambia la vita…

Jacopo Camilli il giorno della presentazione a Miami, travolto dall'entusiasmo dei tifosi della franchigia di proprietà dell'imprenditore italiano Roberto Sacca.

Jacopo Camilli il giorno della presentazione a Miami, travolto dall’entusiasmo dei tifosi della franchigia di proprietà dell’imprenditore italiano Roberto Sacca.

«Prima alla Santegidiese, poi al Villanova e infine alla Flaminia Civita Castellana, nella serie D laziale. Ma nel dicembre 2013 cosa succede? Mi contatta un agente Fifa che mi passa un certo Roberto Sacca, il presidente del Miami United».

«All’inizio ero un po’ scettico, non ero molto convinto di trasferirmi negli Stati Uniti. Ma alla fine tutto è andato per il meglio. Sacca è una persona seria e meritocratica, che guarda prima alla persona che al calciatore. Lavorare alle sue dipendenze è per me un motivo di vanto ed orgoglio».

La felicità di Jacopo Camilli, entusiasta della sua avventura in Florida sotto due profili: calcistico ed umano. Un'avventura destinata a protrarsi nella nuova stagione, che inizierà nel maggio 2015.

La felicità di Jacopo Camilli, entusiasta della sua avventura in Florida sotto due profili: calcistico ed umano. Un’avventura destinata a continuare anche quest’anno, con l’inizio della nuova stagione in programma a maggio.

Il tuo bilancio sulla prima stagione al caldo di Miami? Com’è stata la tua esperienza lì, dentro e fuori dal campo?

«Stupenda. Ho trovato alloggio a Miami Beach e la città, oltre a essere meravigliosa, ti offre ogni possibile servizio. La città è abitata da tanti ragazzi della mia età e c’è una mentalità molto aperta. Per quanto riguarda il calcio americano, mi raccontano che negli ultimi anni il livello tecnico è cresciuto molto. E con esso l’attenzione dei tifosi, che vengono a vederci in molti. Un pubblico importante per una società nata nel 2012. L’anno scorso è andata molto bene, ci siamo qualificati alla Us Open Cup 2015. Il mio score personale? Compresa la Coppa, 13 reti in 15 partite».

Bobo Vieri e Stefano Bettarini hanno spostato la loro residenza proprio a Miami. Camilli ha avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con loro davanti a un cocktail.

Bobo Vieri e Stefano Bettarini hanno spostato la loro residenza proprio a Miami, immergendosi a capofitto nella bella vita della Florida.

Miami è diventata famosa per alcune recenti incursioni di Vieri e Bettarini, oltre ad Alessandro Nesta, che alcuni davano come futuro direttore sportivo della tua società. Hai avuto modo di incontrarli?

«Sì, li ho conosciuti l’estate scorsa. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere sulle nuove prospettive che si aprono per i ragazzi italiani che da noi, per mille ragioni, non riescono a sfondare. Persone semplici, con cui mi sono confrontato con grande piacere e che mi hanno raccontato qualche simpatico aneddoto sulla loro carriera».

Allo United c’è uno straordinario melting-pot di giocatori provenienti da ogni parte del mondo. Hai avuto difficoltà ad ambientarti?

«Devo dire di no, fin dai primi giorni si è creata un’atmosfera di cordialità che ha portato alla creazione di un grande gruppo. Ovviamente si parla in inglese, rispetto ad alcuni compagni sono stato avvantaggiato perché già prima di partire per la Florida, lo masticavo».

Dal novembre 2014, Camilli gioca vicino a casa, nel Villanova. La stagione è stata più che buona, con la squadra che lotta per la promozione in serie D. Ma la calda Miami lo sta aspettando...

Dal novembre 2014, Camilli gioca vicino a casa, nel Villanova. La stagione è stata più che buona, con la squadra che lotta per la promozione in serie D. Ma la calda Miami lo sta aspettando…

In questo momento giochi in Italia, nel Villanova, prima di partire nuovamente per la Florida in vista della nuova stagione di National Premier Soccer League. Ora che hai maturato una certa esperienza, ti spieghi come mai ci sono tanti ragazzi italiani che nonostante un innegabile talento, non riescono a ritagliarsi vicino a casa uno spazio proporzionale al loro talento?

«Purtroppo nel nostro Paese devi avere appoggi e raccomandazioni, se no non vai avanti. Conta più il nome del talento. E questo succede a giocatori come a imprenditori. È il caso del nostro presidente Roberto Sacca, partito da Messina e portatore di una visione moderna e cosmopolita, di accoglimento di persone di origine diversa ma accomunate dalla volontà di lavorare duro».

Torniamo alla tua seconda esperienza a Villanova. Quest’anno la squadra sta viaggiando a grande ritmo, attualmente è al quarto posto ed è ancora in corsa per la vittoria nel girone A laziale. Com’è andata in questi mesi di “pausa forzata” dal calcio statunitense?

«Alla grande! A Villanova la famiglia Armeni, proprietaria della società, mi ha accolto come un figlio. Con loro e con mister Di Loreto ho stretto un ottimo rapporto di amicizia oltre che di lavoro. Ci aspetta un finale di stagione difficilissimo, con un paio di sfide di alta classifica. Ma l’obiettivo è sempre quello: andare in serie D. Purtroppo, però, li dovrò lasciare a fine mese per gli impegni che mi attendono negli Usa. Sono sicuro che faranno bene anche senza di me, in Florida avranno un tifoso in più».

Jacopo Camilli ha giocato da piccolo contro Stefano Napoleoni. Allora, come racconta Jacopo, Napoleoni era il più piccolo di tutti, ma anche il più forte. E negli anni lo ha dimostrato eccome.

Jacopo Camilli ha giocato da piccolo contro Stefano Napoleoni. Allora, come racconta Jacopo, Napoleoni era il più piccolo di tutti, ma anche il più forte. E negli anni lo ha dimostrato eccome.

Tornando al fenomeno dei “palloni in fuga”, ne conosci qualcuno tra i meno famosi?

«Il caso più eclatante secondo me è quello di Stefano Napoleoni. Se non sbaglio ora gioca in Grecia (nell’Atromitos, nda). Pensa che l’ho pure affrontato sul campo, tanti anni fa. Io giocavo nella Lodigiani e lui nella Tor Di Quinto. Ricordo che faceva impazzire i miei compagni che stavano in difesa, era veramente forte. E infatti l’ha dimostrato».

«Poi l’anno scorso, con me a Miami, c’erano tanti ragazzi italiani, che però non sono stati riconfermati. Forse perché hanno guardato prima ai loro interessi, piuttosto che a quelli di squadra. Io li chiamo le cosiddette “bandiere”, persone prive di personalità che agli occhi della dirigenza hanno fallito sotto il profilo umano».

Hai qualche rimpianto per non essere riuscito a ritagliarti uno spazio fisso tra i professionisti?

Jacopo ritratto insieme alla sua "famiglia", formata dalla fidanzata Roberta e dal cagnolino Ruggero. Come per ogni persona, anche per Jacopo il conforto e l'affetto della famiglia sono indispensabili per rendere al meglio.

Jacopo ritratto insieme alla sua “famiglia”, formata dalla fidanzata Roberta e dal cagnolino Ruggero. Come per ogni persona, anche per i calciatori il conforto e l’affetto della famiglia sono indispensabili per rendere al meglio nel proprio lavoro.

«Sono orgoglioso di quello che ho fatto. L’unica recriminazione è legata all’estate del 2011, quando sono andato a giocare nel Birkirkara. Lì non mi hanno dato tempo per esprimere tutto il mio potenziale, purtroppo hanno prevalso ragioni extra-calcistiche. Peccato perché l’esordio in Europa League era stato eccezionale. Nella vita ho tutto ciò che mi basta. Compresa una stupenda fidanzata, Roberta, che ormai mi fa da procuratrice, seguendomi da una parte all’altra dell’Atlantico per i miei impegni professionali».

Grazie Jacopo.

«Aspetta! Dimenticavo di citare Ruggero! No, non si tratta di mio fratello o di mio papà, ma del mio inseparabile cane! E pensare che fino a qualche anno fa non andavo pazzo per i migliori amici dell’uomo. Mentre adesso, grazie alla mia ragazza, ho imparato ad amarli profondamente».

Dalle parole di Jacopo Camilli, emerge un sentimento di sincera felicità per l’evolversi degli eventi. Il ragazzo era partito con altre ambizioni, ma alle soglie dei trent’anni ha avuto la felice intuizione – e il coraggio – di spiccare il volo verso un mercato calcistico in espansione, dove si è ritagliato uno spazio importante.

Come successo a Simone Bracalello, fantasista genovese trapiantato nella Nasl dopo anni passati a rincorrere palcoscenici importanti negati per ragioni di merito (e di malcostume italico).

Jacopo Camilli ha un sogno: un giorno, arrivare a giocare in Major Soccer League, l'equivalente della nostra serie A.

Jacopo Camilli ha un sogno: un giorno, arrivare a giocare in Major Soccer League, l’equivalente della nostra serie A.

Ma torniamo al protagonista di questa storia.

Se per Camilli Malta è stata, nel bene e nel male, soltanto una parentesi, Miami rappresenta una tappa ben più importante della carriera e della vita di questo ragazzo, di cui abbiamo volutamente lasciato in sospeso un virgolettato emblematico per descrivere la sua forza di volontà.

«Ho sempre vissuto alla giornata, ma confesso che il mio sogno è di arrivare, prima o poi, a giocare nella Major Soccer League».

Un traguardo che gli auguriamo, con tutto il cuore, di tagliare al più presto.

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