Walter Zenga: l’Uomo Ragno di viale Ungheria dato per morto e resuscitato a Dubai

Il rapporto tra Walter Zenga e la Sampdoria è segnato da un numero che ritorna ossessivamente: il 4. Andando in rigoroso ordine cronologico:

Foto di squadra della Sambenedettese risalente ai primi anni Ottanta. Si riconoscono chiaramente Walter Zenga e Gigi Cagni, allora compagni di squadra e oggi primo e vice allenatore della Sampdoria.

Foto di squadra della Sambenedettese risalente ai primi anni Ottanta. Si riconoscono Walter Zenga e Gigi Cagni, allora compagni di squadra e oggi primo e vice allenatore della Sampdoria.

4 ottobre 1981, Zenga difende la porta della Sambenedettese, in serie B. Quel giorno, conosce per la prima volta la Sampdoria: da avversario. La sconfigge di misura, con un gol di Gigi Cagni. Un gol che porta alla sostituzione dell’allenatore blucerchiato Riccomini con Ulivieri. Dando il la al ciclo d’oro della Samp…d’oro.

4 settembre 1994, l’Uomo Ragno ha lasciato la “sua” inter per vestire la maglia di quella che diventerà la “sua” Sampdoria. Lui a Genova, Pagliuca a Milano. Quel giorno, Zenga debutta con la nuova maglia allo stadio “Ferraris” nel match contro il Padova. Il risultato? 5-0 per la Samp.

Screenshot della notizia dell'ingaggio di Walter Zenga, pubblicata il 4 giugno scorso sul sito ufficiale della Sampdoria.

Screenshot della notizia pubblicata lo scorso 4 giugno sul sito ufficiale della Sampdoria: Walter Zenga è il nuovo allenatore blucerchiato.

4 giugno 2015, sul sito ufficiale blucerchiato esce una nota:

«Zenga sbarca a Genova: quanta emozione, finalmente sono tornato».

Walter l’ha spuntata su Paulo Sousa, Sarri e Donadoni. Per riprendere un discorso interrotto nove anni prima. Per riaprire un cerchio mai del tutto chiuso.

Un cerchio con una circonferenza che l’Uomo Ragno traccia da anni da una parte all’altra del mondo. Per lui il calcio italiano era un capitolo chiuso. Almeno fino alla chiamata del Catania prima e del Palermo poi.

Rara foto di Walter Zenga ai tempi della sua esperienza negli Stati Uniti. Della maglia dei N.E. Revolution colpisce il disegno in bella vista della ragnatela. Un chiaro omaggio all'Uomo Ragno per eccellenza.

Rara foto di Walter Zenga ai tempi della sua esperienza negli Stati Uniti. Della maglia dei N.E. Revolution colpisce la ragnatela stilizzata, come omaggio all’Uomo Ragno per eccellenza.

Episodi. Momenti isolati. Tappe intermedie di un giro interminabile per l’Europa dell’Est ed il Golfo persico. Un tour che si è interrotto a inizio giugno con la chiamata della Sampdoria, a cui è stato impossibile dire no.

Walter Zenga è un pallone in fuga coi controfiocchi. Da allenatore, soprattutto. Ma ancor prima da calciatore, quando alla veneranda età di 37 anni vola a Boston per giocare nella Major Soccer League.

Zenga rimane ai New England Revolution per due anni, il primo da giocatore e il secondo da giocatore-allenatore (con Giuseppe “Nanu” Galderisi, anche lui pallone in fuga in tempi non sospetti, a fargli da vice).

«Gli americani avranno tanti difetti, ma almeno non vanno allo stadio per tifare contro. Ero un po’ stanco di dovere ascoltare offese continue a mia moglie e ai miei figli, stanco dei cori ‘Argentina, Argentina’, stanco di un ambiente dove ti danno due giornate di squalifica perché il quarto uomo ti vede rispondere alla gente che ti infama. […] Deve essere colpa del mio carattere, sono sempre stato uno contro».

Walter Zenga, nel pieno della sua carriera, si è concesso qualche

Walter Zenga, nel pieno della sua carriera, si è concesso qualche “distrazione” extracalcio. Non si parla – solo – di donne ma di Tv. In questa foto l’Uomo Ragno posa in compagnia di Roberta Termali e di Fabio Fazio in una pausa della trasmissione “Forza Italia”, andata in onda su Odeon.

Contro i luoghi comuni, fuori dagli schemi. Carismatico, senza mezze misure e mediatico come pochi. Sempre sulla cresta dell’onda, nella musica come in televisione.

Nel 1987 incide per la Ricordi un Lp di otto brani intitolato “Dal tuo amico Walter Zenga”. L’anno dopo e fino al 1990, presenta un talk-show su Odeon Tv in compagnia della moglie (poi diventata ex – una delle tante) Roberta Termali.

Nel 2000, subito dopo il ritiro, lavora con Maria De Filippi come postino del programma mainstream “C’è posta per te”. Qualche anno dopo, collabora con la Rai nella veste di commentatore tecnico delle partite della Nazionale, ricevendo i complimenti persino dal più caustico critico televisivo italiano: Aldo Grasso.

Nel 2008, da tecnico del Catania, sugli schermi di “Stadio Sprint” dà vita a uno dei più gustosi siparietti televisivi di sempre, scagliandosi contro il conduttore Enrico Varriale e confermando la sua reputazione di persona diretta e sanguigna.

«Come mai si agita, Varriale? […] Con lei non parlo. […] Preferisco fare uscite a vuoto che avere a che fare con gente come lei. […] Che paura che mi fa Varriale: sono qui che tremo».

Davanti alle telecamere, Zenga si trova a suo agio. Usa i media come strumento per amplificare la sua voce. Per attaccare gli avversari, per chiedere il sostegno della gente. La sua gente. Con la sua proverbiale lingua biforcuta e tagliente.

Un'immagine che farà male a tutti gli italiani nati prima del 1980. Zenga che esce male e si fa anticipare da Caniggia nella semifinale mondiale di Napoli. Il match sarà vinto dall'Argentina ai rigori.

Un’immagine che farà male a tutti gli italiani nati prima del 1980. Zenga che esce male e si fa anticipare da Caniggia nella semifinale mondiale di Napoli. Il match sarà vinto dall’Argentina ai rigori. E tutti se la prenderanno con l’Uomo Ragno.

Nel 1992, intervistato dai giornalisti per commentare la sua esclusione dagli Europei di Svezia, il colpo di genio. Nessuna dichiarazione, niente discorsi preparati.

«Hanno ucciso l’uomo ragno…», canticchia tra lo stupore generale. Da quel giorno, è marchiato a fuoco. Per tutti, non è più Walter Zenga: è l’Uomo Ragno.

Un ragno che preferisce secernere le tele all’estero. Con il calcio italiano, infatti, c’è un rapporto di amore-odio. Un semidio per il popolo di Italia ’90, almeno per 518 minuti.

Fino a quando Caniggia, in un’afosa notte napoletana, lo anticipa di testa ponendo fine alla sua imbattibilità. Attirandogli contro le frustrazioni di 60 milioni di persone in cerca di un facile capro espiatorio da immolare sul sacro altare della sconfitta.

Era il miglior portiere del mondo, Walter Zenga. A dirlo l’International Federation of Football History & Statistics (IFFHS). Dal 1989 al 1991, nessuno meglio di lui. Almeno tra i pali, dato che molti gli rinfacciano di essere stato un disastro nelle uscite.

Zenga aveva un paio di punti deboli: non era un pararigori e usciva poco (e male). Ma tra i pali era insuperabile. Lo dimostrano i tre premi consecutivi come migliore portiere del mondo, ricevuti dal 1989 al 1991.

Zenga aveva un paio di punti deboli: non era un pararigori e usciva poco (e male). Ma tra i pali era insuperabile. Lo dimostrano i tre premi consecutivi come migliore portiere del mondo, ricevuti dal 1989 al 1991.

«Un mostro tra i pali, una mozzarella fuori, uno capace di toglierti il pallone dalla casetta, ma di bucare come un pollo un traversone per Rui Barros. Il tempo, dicevano. Non sapeva scegliere quando e come, i passi, i movimenti, le braccia tese o raccolte», ha scritto di lui il giornalista e scrittore Beppe di Corrado.

Quando torna in Italia, dopo l’esperienza americana, Zenga sa di non avere grosse chances per allenare una squadra importante. L’Uomo Ragno non si fa problemi, accettando l’offerta di una società a due passi dalla sua Milano, per la precisione da viale Ungheria, dove è nato e cresciuto. Il Brera, che milita in serie D.

L’esperienza è dimenticabile. 5 punti in 9 partite, espulsione e squalifica all’esordio. La stampa nazionale non gli perdona nulla e lo dà per spacciato, come facevano gli 883 nella canzone “Hanno ucciso l’uomo ragno”.

In effetti, il rapporto tra Walter Zenga e i giornalisti italiani non è mai stato semplice, con un peggioramento rapido e irreversibile nell’estate 1990. «Io accetto le critiche, mai la malafede», il suo mantra.

Walter Zenga ai tempi della sua prima esperienza all'estero da allenatore. La foto è stata scattata nel centro sportivo del National Bucarest e Zenga abbraccia un noto giornalista di Telelombardia di fede nerazzurra. Vi ricordate come si chiama?

Walter Zenga ai tempi della sua prima esperienza all’estero da allenatore. La foto è stata scattata nel centro sportivo del National Bucarest e Zenga abbraccia un noto giornalista di Telelombardia di fede nerazzurra. Vi ricordate come si chiama?

Tanto che Zenga, a 42 anni, comincia a viaggiare per l’Europa alla ricerca di nuove e stimolanti avventure professionali. La sua vita da allenatore girovago (o da pallone in fuga, fate vobis) inizia nel 2002.

Gli offre una panchina il National Progresul Bucarest, quarto club della capitale rumena dopo Rapid, Steaua e Dinamo. L’Uomo Ragno accetta la sfida e plasma la squadra nel segno delle sue due cifre caratteristiche: gioco e tenacia, con un’attenzione maniacale alla gestione psicologica e comportamentale della squadra.

Il suo slogan più ricorrente? “When life gives you lemons, make lemonade”. Una frase che Zenga ha imparato durante la sua esperienza americana. Guardare per credere.

La stagione da allenatore del National termina con l’ottavo posto in campionato e la finale di Coppa (persa 0-1 contro la Dinamo), mentre il cammino della squadra in Coppa Uefa viene stoppato al secondo turno dal Paris Saint Germain.

Zenga si prepara a tornare in Italia, sembra fatta per una squadra di serie B (il Como) ma alla fine non se ne fa niente. In estate il National gli rinnova il contratto per un’altra stagione ma l’amore è già finito e il divorzio arriva a novembre, quando l’Uomo Ragno afferma di non «vedere più prospettive di crescita».

Nel 2004 Zenga torna a Bucarest. Non al National ma alla Steaua, dove conquista lo Scudetto al primo tentativo.

Nel 2004 Zenga torna a Bucarest. Non al National ma alla Steaua, dove conquista lo Scudetto al primo tentativo e arriva agli ottavi di finale di Coppa Uefa.

Nel giugno 2004, dopo qualche mese di astinenza dal calcio ma non dal lavoro (si alterna tra telecronache e televendite – non avevamo dubbi), Zenga vuole tornare ad allenare. Si fanno avanti l’Ancona e i greci dell’Egaleo, ma è a luglio che arriva la grande occasione.

La Steaua Bucarest rescinde con Victor Piturca e ingaggia Zenga per la stagione 2004/2005. Sarà un successo, condito da Scudetto e ottavi di finale di Coppa Uefa, dopo avere eliminato nel turno precedente il Valencia di Claudio Ranieri e Marco Di Vaio.

Ma a tre giornate dalla fine accade l’imponderabile: la Steaua perde il derby con il National e a sorpresa la società lo licenzia! Zenga ha la coscienza a posto, avendo lasciato la squadra al primo posto in classifica.

4-4-2 il modulo utilizzato con National e Steaua dall’Uomo Ragno, che non si fossilizza però nelle scelte tattiche. Infatti, a chi gli chiede dell’influenza che Eriksson avrebbe su lui, Zenga risponde:

Walter Zenga il giorno della presentazione come nuovo allenatore della Stella Rossa. L'Uomo Ragno viene ingaggiato per scalzare il Partizan dal trono di squadra regina in Serbia. Obiettivo raggiunto, doblete conquistato.

Walter Zenga il giorno della presentazione come nuovo allenatore della Stella Rossa. L’Uomo Ragno viene ingaggiato per scalzare il Partizan dal trono di squadra regina in Serbia. Obiettivo raggiunto, doblete conquistato.

«Sven-Goran è stato il mio ultimo tecnico in A alla Samp, ma a lui mi rifaccio più per il suo modo di gestire lo spogliatoio, di caricare i giocatori e di preparare le sfide che per la tattica. Quella devi adattarla ai giocatori che hai».

Tempo un mese e mezzo e Walter Zenga si siede su di un’altra panchina. Dopo un pour parler con il Chievo, firma un biennale con Stella Rossa del presidente Stojkovic, ex uomo simbolo della Jugoslavia e grande amico di Dejan Savicevic, che alcuni sostengono avere influito in maniera decisiva sull’ingaggio dell’Uomo Ragno.

Zenga arriva a Belgrado in un periodo molto negativo per la società biancorossa, reduce dall’eliminazione precoce in Coppa Uefa e soprattutto dal secondo posto in campionato dietro agli eterni rivali del Partizan.

Zenga festeggia la conquista della Coppa nazionale serba. La stagione a Belgrado è trionfale ma alla fine Zenga, complice un'incomprensione con i tifosi biancorossi dovuta a un'uscita infelice della moglie, decide di andare via.

Zenga festeggia la conquista della Coppa nazionale serba. La stagione a Belgrado è trionfale ma alla fine Zenga, complice un’incomprensione con i tifosi biancorossi dovuta a un’uscita infelice della moglie, decide di andare via.

Zenga mette tutto a posto e conquista il suo secondo Scudetto consecutivo al termine di una cavalcata che porta anche alla conquista della Coppa nazionale.

A impreziosire ulteriormente la stagione biancorossa, un record tuttora ineguagliato in Serbia: la Stella Rossa vince tutte le partite di campionato giocate in casa.

Meglio di così non si poteva fare. Nell’estate 2006, l’estate del quarto titolo mondiale azzurro, Zenga lascia la Serbia anche per colpa di una polemica legata a un’uscita infelice della nuova moglie Raluca e aggiunge una nuova tappa al suo giro per le panchine dell’Europa dell’Est, firmando con i turchi del Gaziantepspor.

Strano a vedersi, Zenga con gli occhiali. La foto risale alla parentesi al Gaziantepspor, in Turchia. Un'esperienza brevissima e seguita dal passaggio all'Al-Ain.

Strano a vedersi, Zenga con gli occhiali. La foto risale alla parentesi al Gaziantepspor, in Turchia. Un’esperienza brevissima e seguita dal passaggio all’Al-Ain.

Ma l’avventura in Anatolia dura pochi mesi. Al termine del girone d’andata Zenga lascia la squadra a metà classifica e si dimette.

Alle porte c’è un’avventura esotica negli Emirati Arabi Uniti e per la precisione all’Al-Ain, club dell’omonima capitale di Abu Dhabi, vicino al confine con l’Oman. Zenga se lo aspettava.

O almeno ci sperava, dato che già prima di accettare l’offerta del club della città di Gaziantep, non distante dal confine con la Siria, aveva visitato Dubai insieme alla moglie.

al ain

Nel passaggio dalla Turchia agli Emirati Arabi, Zenga perde i capelli. A parte gli scherzi, fa impressione vederlo senza il suo ciuffo ribelle, che è sempre stato tra i suoi marchi di fabbrica insieme all’inseparabile cappellino che ha fatto tra gli anni ’80 e ’90 le fortune sue e dell’Inter.

L’Al-Ain, il club più titolato degli Emirati Arabi, sta vivendo un pessimo momento. Tuttavia l’Uomo Ragno si fa convincere sia dal prestigio della società che dai petroldollari. Si parla di circa due milioni di euro.

«Chi mi conosce sa che le mie decisioni non dipendono mai dal denaro. Che resta una componente importante della vita, inutile fare gli ipocriti, ma per quanto mi riguarda non è il primo elemento di scelta», dichiara.

Zenga rimane in sella fino a giugno, dopo avere pagato una salatissima penale al club turco. Nelle undici partite di campionato rimaste, allontana la zona retrocessione e porta la squadra in finale di Coppa. Il contratto firmato con l’Al-Ain lo legherebbe alla società fino al 2008 ma a fine stagione le due parti si dicono addio.

Walter Zenga non ha mai fatto mistero di tifare l'Inter. Entrò nel settore giovanile nerazzurro nel 1971, facendo la domenica il raccattapalle di Ivano Bordon. Prima di prenderne il posto nel 1984.

Walter Zenga non ha mai fatto mistero di tifare l’Inter. Entrò nel settore giovanile nerazzurro nel 1971, facendo la domenica il raccattapalle di Ivano Bordon. Prima di prenderne il posto nel 1984 ed entrare nel cuore dei tifosi interisti, che ogni domenica gli cantavano: “Un Walter Zenga, c’è solo un Walter Zenga” o “Walter Zenga uno di noi”.

L’Uomo Ragno aveva promesso: «Mai più Romania». Ma il calcio è imprevedibile e nel settembre 2007 si accasa di nuovo a Bucarest, questa volta alla Dinamo, diventando il primo tecnico ad avere allenato tutte e tre le square più importanti della capitale: Steaua, National e Dinamo.

Zenga debutta con una vittoria e la strada per lo Scudetto sembra segnata, ma i risultati smettono di sorridergli e a novembre dà le dimissioni.

Difficile stare lontani dal campo e ad aprile si consuma il clamoroso ritorno di Zenga nel campionato italiano: l’1 aprile 2008 il tecnico del Catania Silvio Baldini viene esonerato e gli subentra l’Uomo Ragno.

Zenga non allenava in Italia dai tempi di Brera. Nel 2008 la grande occasione: il tecnico del Catania Silvio Baldini si fa notare solo per un calcione a Di Carlo e viene esonerato. Gli subentra a otto giornate dalla fine l'Uomo Ragno, che conquista salvezza e rinnovo del contratto.

Zenga non allenava in Italia dai tempi di Brera (non Gianni, parliamo del Brera Calcio). Nel 2008 la grande occasione: il tecnico del Catania Silvio Baldini si fa notare solo per un calcione a Di Carlo e viene esonerato. Gli subentra a otto giornate dalla fine l’Uomo Ragno, che conquista la salvezza.

«Ho grande entusiasmo: ho voglia di fare e di trasmettere questa carica che ho dentro».

Alle parole si aggiungono i fatti, dato che il Catania rifila subito tre gol al Napoli e si salva ai danni di Empoli e Parma.

La stagione successiva prosegue sulla falsariga del finale del campionato precedente. L’andamento del Catania è altalenante ma la squadra si mantiene sempre a metà classifica e ottiene la seconda salvezza consecutiva con 43 punti, record in A per la società etnea. A quel punto Zenga dà l’addio al Catania.

Neanche il tempo di metabolizzare le dimissioni del suo tecnico che i tifosi del Catania devono mandare giù un boccone amaro. L’Uomo Ragno accetta la proposta del presidende Zamparini e diventa il nuovo allenatore del Palermo.

l43-walter-zenga-cagliari-141224114053_medium

Tanto felice e buona l’esperienza di Catania, quanto breve e fallimentare la parentesi a Palermo. Il colmo? La partita che gli costa l’esonero è contro il suo vecchio Catania. Un pareggio che convince il mangia-allenatori per eccellenza Zamparini a rimuoverlo dall’incarico.

Ma a volte il calcio – e la vita – sanno essere spietati. L’esperienza di Zenga in rosanero sarà una parentesi, terminata anzitempo a novembre proprio dopo il derby con il Catania.

L’anno e mezzo trascorso in Sicilia gli frutta dal punto di vista professionale dei buoni risultati.

Ma, cosa ancora più importante, un’amicizia destinata a cambiare la sua vita. Infatti, durante la preparazione estiva del 2008, Zenga conosce l’allenatore del Botev Plovdiv Stefano Cusin, la cui storia è già stata raccontata da questo blog.

Walter Zenga come Brian Clough, Stefano Cusin come Brian Taylor. Tra i due allenatore nasce un'intesa fuori dal comune dentro e fuori dal campo, nel segno dell'amore per il film

Walter Zenga come Brian Clough, Stefano Cusin come Brian Taylor. Tra i due allenatora nasce un’intesa fuori dal comune dentro e fuori dal campo, nel segno dell’amore per il film “Il maledetto United” e dell’ammirazione per il duo che fece le fortune del Derby County e del Nottingham Forrest.

Al termine dell’amichevole giocata tra Catania e Botev, i due allenatori si fermano nel cerchio di centrocampo a chiacchierare del più e del meno, scoprendo di condividere la stessa visione di calcio.

Da questa conoscenza frutto del caso, nasce un tandem di lavoro che si forma per la prima volta nel 2010, a Riyad, quando Zenga viene assunto come allenatore dell’Al-Nassr, squadra di proprietà dei principi sauditi.

La firma a Beirut, in Libano, dove Cusin racconta di un episodio che rischia di far naufragare fin da subito il rapporto tra le due parti.

Un uomo della corte del principe pone un’incomprensibile domanda di natura tattica a Zenga, che la percepisce come un’inaccettabile invasione di campo. Ma alla fine, tutto si risolve.

La preparazione estiva si svolge a Castelrotto, in Trentino. La squadra ottiene due vittorie di prestigio contro Lazio e Bari, prima di capitolare al cospetto della Juventus. La stagione regolare inizia sotto i migliori auspici.

Nei primi tre mesi l’Al-Nassr perde una sola volta e tutto prosegue al meglio. C’è un problema: lo staff non viene pagato. Nel dicembre 2010 Zenga e Cusin se ne vanno e accettano l’offerta dell’Al-Nasr di Dubai.

C_27_articolo_76714_immagineprincipale

Tra tutte le esperienze extraeuropee della sua carriera di allenatore, quella al’Al-Nasr, squadra di Dubai, è la più lunga e la più riuscita. Durante questi due anni e mezzo, Zenga ha alle sue dipendenze due giocatori italiani: Luca Toni (nella foto la sua presentazione con la maglia numero 10) e Giuseppe Mascara, che aveva già allenato a Catania.

Al loro arrivo la squadra si trova in zona salvezza ma con un ottimo girone di ritorno conquista il terzo posto in campionato alle spalle dell’Al-Jazira e dei campioni del Baniyas Sc. Zenga e Cusin vengono così confermati per un’altra stagione e i risultati sono ancora più lusinghieri: secondo posto dietro all’inarrivabile Al-Ain.

Alla terza stagione a Dubai, dove sposta la residenza della sua famiglia, le strade di Zenga e Cusin si separano momentaneamente e l’Uomo Ragno rimane solo. Questa volta il ragazzo di viale Ungheria non riesce a migliorarsi e non va al di là di un deludente sesto posto che gli costa la panchina.

L’esonero non scalfisce la fama e l’autorevolezza di Zenga, chiamato nell’ottobre 2013 ad Abu Dhabi per assumere la guida dell’Al-Jazira, club di proprietà dell’emiro Mansour Bin Zayed Al Nahyan, lo stesso del Manchester City.

404421_heroa

Dopo Al-Nassr e Al-Nasr, Zenga passa all’Al-Jazira, club di proprietà dell’emiro che possiede la maggioranza assoluta delle quote azionarie del Manchester City. L’Uomo Ragno arriva a stagione già iniziata e raddrizza le sorti della squadra fino a conquistare il terzo posto finale. Non abbastanza per meritare la riconferma.

Il tecnico milanese prende il posto dello spagnolo Milla e si trova ad allenare una squadra resa competitiva da giocatori di esperienza internazionale: su tutti, il brasiliano ex Milan Oliveira.

Zenga raggiunge l’obiettivo di risalire la china e trascina la squadra al terzo posto finale, conquistando l’accesso alla Champions League asiatica, da cui l’Al-Jazira viene estromesso agli ottavi. Altro risultato di prestigio la qualificazione alla finale della Emirates Cup, persa contro l’Al-Ahly. I risultati ottenuti ad Abu Dhabi sono più che buoni.

Walter Zenga ha legato la sua carriera a doppio filo con l'Inter. Tifoso dei nerazzurri fin da piccolo, ha vissuto il passaggio di consegne da Fraizzoli a Pellegrini. Nel suo palmarés da giocatore uno Scudetto, una Supercoppa italiana e due Coppe Uefa.

Walter Zenga ha legato la sua carriera a doppio filo con l’Inter. Tifoso dei nerazzurri fin da piccolo, ha vissuto il passaggio di consegne da Fraizzoli a Pellegrini. Nel suo palmarés da giocatore uno Scudetto, una Supercoppa italiana e due Coppe Uefa.

Come ha raccontato Stefano Cusin:

«all’inizio la squadra non aveva identità. Walter fa una rivoluzione complessiva e grazie al suo lavoro l’Al-Jazira disputa una stagione straordinaria».

Non abbastanza però per vedersi riconfermati sulla panchina della squadra. A fine stagione Zenga viene allontanato e si ritrova per un anno senza squadra.

Ma le proposte di lavoro non mancano. Prima la Nazionale serba e poi il Cagliari, passando per il grande sogno della sua vita: l’Inter. L’Uomo Ragno non lo ha mai nascosto. Prima o poi, vuole riprendere con i nerazzurri il filo interrotto nel 1994 dopo 473 presenze.

Dopo l’esonero di Mazzarri, tra Zenga e l’Inter c’è un pour parler, ma alla fine la spunta il cavallo di ritorno Roberto Mancini, che di Zenga è stato compagno di squadra alla Sampdoria tra il 1994 e il 1996.

Stesso discorso per il Cagliari. Zeman viene allontanato e il presidente Giulini pensa a Zenga per rilanciare le quotazioni salvezza degli isolani. Ma le parti non trovano un accordo e la panchina viene affidata a Gianfranco Zola. Altra occasione sprecata, dopo il cortese diniego all’offerta della Federazione serba.

Walter Zenga è arrivato alla Sampdoria nel 1994, coinvolto nello scambio con Pagliuca. Una stagione e mezza da protagonista prima di andare al Padova. Ora è tornato a Genova da allenatore: avrà il compito di non far rimpiangere Mihajlovic. E di far ricredere chi lo considera tagliato fuori dal calcio che conta.

Walter Zenga è andato una prima volta alla Sampdoria da giocatore, nel 1994, coinvolto nello scambio con Pagliuca. Una stagione e mezza da protagonista prima di andare al Padova, dove ha chiuso la carriera in Italia.

Poi, nel giugno 2015, la notizia che non ti aspetti. Mihajlovic che lascia la Sampdoria, il presidente blucerchiato Ferrero che si guarda intorno, sfoglia la margherita e sceglie il nome forse più inatteso: Walter Zenga.

Il suo vice è Gigi Cagni, altro ex blucerchiato. Un caso? Assolutamente no, avendo giocato insieme nella Sambenedettese per due stagioni. E battuto la Sampdoria quel lontano giorno di ottobre del 1981.

Una sconfitta che oggi, agli occhi e nel palato dei tifosi blucerchiati, ha un sapore più dolce che amaro. Quella batosta casalinga costò la panchina all’allenatore Riccomini e al suo posto arrivò Renzo Ulivieri.

L’artefice della promozione in serie A, il tecnico che per primo plasmò il gruppo di giocatori destinato a cambiare la storia della società genovese. Un ciclo aperto, indirettamente, anche dalle parate di Zenga.

Il 4 ottobre 1981 si aprì un ciclo. I tifosi della Sampdoria speravano che il 4 giugno 2015 se ne fosse aperto un altro. Nel segno dell’Uomo Ragno. E di quel 4 che ritorna ossessivamente nel suo rapporto con la Samp. 

Anche il 30 luglio 2015, giorno del debutto in gare ufficiali della Sampdoria targata Walter Zenga.

Terzo turno preliminare di Europa League, i blucerchiati giocano “in casa” (a Torino per la ristrutturazione in corso del prato del “Ferraris”) contro i serbi del Vojvodina.

Il 30 luglio 2015 è il giorno di una partita che i tifosi sampdoriani non dimenticheranno mai. Il giorno dell'umiliante 0-4 subito all'

Il 30 luglio 2015 è il giorno di una partita che i tifosi sampdoriani non dimenticheranno mai. Il giorno dell’umiliante 0-4 subito all’ “Olimpico” di Torino contro i serbi del Vojvodina. A fine partita Zenga va sotto la curva doriana a chiedere scusa. I tifosi non la prendono benissimo.

«Gliene facciamo 4», sbraita il presidente della Samp Massimo Ferrero con una frase inopportuna. Il “Viperetta” indovina il 4-0, che si materializza sì, ma a parti invertite.

Al triplice fischio scoppia il putiferio. I tifosi della Samp vogliono la testa di Zenga, che si avvicina sotto la curva gesticolando vistosamente. «È tutta colpa mia, ma resto qui».

Il rapporto con il pubblico blucerchiato, già reso difficile dall‘errore dello Zenga portiere che costò alla Samp la finale di Coppa delle Coppe 1995, inizia nel peggiore dei modi.

E va avanti fino a novembre tra alti e bassi.

Buone prestazioni in casa alternate a figure barbine in trasferta, con un gioco che non convince nessuno e una formazione di partenza che cambia di continuo.

L'ultima immagine in blucerchiato di Walter Zenga, la sera dell'8 novembre. L'Uomo ragno osserva sconsolato la sconfitta dei suoi ragazzi contro la Fiorentina. Il giorno dopo vola a Dubai: la Sampdoria gli comunica di restarci.

L’ultima immagine in blucerchiato di Walter Zenga, la sera dell’8 novembre. L’Uomo ragno osserva sconsolato la sconfitta dei suoi ragazzi contro la Fiorentina. Il giorno dopo vola a Dubai: la Sampdoria gli comunica di restarci.

Alle critiche per il “non gioco” si aggiunge il caso Cassano, preso ad agosto dalla società senza il consenso dell’allenatore.

Decisiva è la sera dell’8 novembre. La Samp perde contro la Fiorentina l’imbattibilità casalinga, al termine di una partita giocata dai blucerchiati in modo svogliato e indolente.

Segno che la squadra non ci crede. Segno che la squadra non è più con l’allenatore. La mattina successiva Zenga parte per Dubai per una settimana di vacanza non condivisa dalla società.

Il destino degli allenatori è segnato. Quando le cose vanno male, sono i primi a pagare. Anzi, gli unici. Lo diceva anche il grande Vuja.

Il destino degli allenatori è segnato. Quando le cose vanno male, sono i primi a pagare. Anzi, gli unici. Lo diceva anche il grande Vuja.

Il rapporto con Ferrero, già nato male, si rompe definitivamente. La Sampdoria lo caccia. Raggiunto al telefono, Zenga non va oltre un filosofico «C’est la vie».

È la vita, Walter. Il mestiere dell’allenatore è anche questo. «Giocatori vincono, allenatori perdono»: parola di Vujadin Boskov.

Adesso è proprio il caso di dirlo. Hanno ucciso l’Uomo Ragno: per la seconda volta. Ma almeno questa volta, sappiamo chi è stato.

Annunci

2 comments

  1. Pingback: Mirco Antenucci: il bomber itinerante che a Leeds ha trovato la sua Itaca | palloninfuga
  2. crimarzor · marzo 26, 2016

    Ho rivisto le azioni della semifinale contro l’Arsenal: assurdo prendersela con Zenga quando i suoi compagni hanno sbagliato 3 rigori su 5.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...