Andrea Mancini: il figlio d’arte innamorato dell’Ungheria e dei quattro colori blucerchiati

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È impossibile parlare di Andrea Mancini senza citare papà Roberto. Questa foto è stata scattata alla Pinetina l’11 febbraio 2015, giorno dell’amichevole tra Inter e l’Haladàs, la squadra ungherese dove in quel momento giocava Andrea.

Calcisticamente parlando, il cuore di Andrea Mancini ha seguito le orme del padre.

«Come il mio papà», recita un verso dell’inno della Sampdoria.

Un’espressione che calza a pennello per descrivere le passioni, la vita e la carriera del figlio più piccolo di Roberto Mancini.

Sampdoria e Lazio sono state le due squadre più importanti della carriera di Bobby-gol.

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Un errore (o forse solo uno scherzo?) nella scheda di Andrea Mancini ai tempi della sua esperienza nella Primavera del Manchester City. In effetti, a dirla tutta, il ragazzo è nato calcisticamente nella città di Sampdoria, come direbbe Crozza nei panni del presidente Ferrero.

Le stesse che Andrea tifa spudoratamente, con una leggera predilezione per i blucerchiati.

«Anche se non ho un “primo” ricordo calcistico vero e proprio, non posso scordare che, quando riuscivo a malapena a camminare, andavo a Bogliasco a giochicchiare con il papà».

Andrea Mancini è un predestinato.

Nato a Genova nel 1992, è vissuto fin da piccolo con quel benedetto pallone tra i piedi.

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Sven-Goran Eriksson e Roberto Mancini hanno lavorato insieme per 9 anni: 5 alla Sampdoria e 4 alla Lazio. Andrea li vedeva spesso al centro sportivo “Mugnaini” di Bogliasco, dove saliva da Genova per “sfidare” sul campo mostri sacri come Seedorf, Veron, Chiesa e Karembeu.

A chiedergli uno scambio palla a terra, o un tiro destinato inevitabilmente entrare in porta, erano dei “grandi”: di statura e di fama calcistica.

I bambini “normali” giocano al parco con i loro padri, appesantiti spesso da una pancia fuori misura e con una tecnica rudimentale.

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Una carezza sul viso da mister Sven-Goran Eriksson e via a correre sull’erba vera del campo di Bogliasco, sede degli allenamenti della Sampdoria, insieme a compagni di gioco molto speciali.

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Ad appena 23 anni, Andrea Mancini si ritrova ad avere girato molti Paesi d’Europa per giocare a pallone: Inghilterra, Spagna e Ungheria.

Veròn, Karembeu, Boghossian, Mihajlovic, Seedorf, Chiesa e molti altri. Campioni in maglia blucerchiata che hanno reso indimenticabile l’infanzia di Andrea Mancini.

Infatti, non tutti sanno che questo ragazzo, ad appena 23 anni, vanta un bagaglio di esperienze professionali nel mondo del calcio fuori dal comune.

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Andrea Mancini con la maglia da trasferta del Manchester City, curiosamente rossonera. Gli stessi colori che vestirà all’Honvèd di Budapest.

Le giovanili di Inter e Bologna, certamente, ma soprattutto Manchester City, Oldham, Valladolid B, Honvéd e Haladàs.

Tessere di un mosaico “straniero” da far impallidire tanti giocatori italiani che hanno oltrepassato i nostri confini.

«Tra i molti Paesi che ho girato in questi anni, ci tengo a citare l’Ungheria. Lì ho trovato un calcio in crescita, molto fisico e simile in questo alla Premier League. E infatti è il posto dove sono rimasto di più e mi piacerebbe tornare».

Ma prima di emigrare nell’Europa dell’Est, dove ha trovato la compagnia di moltissimi altri rappresentanti del nostro calcio, Andrea Mancini, come tutti gli altri, ha cominciato dal vivaio.

È il 2005. La Juventus di Capello si è appena laureata campione d’Italia per la 28 esima volta nella sua storia. Lucarelli ha vinto la classifica cannonieri con 24 gol. E Roberto Mancini è da un anno l’allenatore dell’Inter.

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Filippo Mancini, più grande del fratello Andrea di due anni, ha avuto l’onore di esordire nella prima squadra dell’Inter in Coppa Italia, contro la Reggina, il 20 dicembre 2007.

A 13 anni, Andrea trova posto nei Giovanissimi Regionali della Beneamata, allenati da Massimo De Paoli. Mentre il fratello più grande Filippo entra nella rosa degli Allievi Nazionali nerazzurri.

È l’inizio di un percorso tortuoso che, dopo due brevi esperienze nei settori giovanili di Monza e Bologna, porterà nel novembre 2010 il più giovane dei fratelli Mancini addirittura Oltremanica, al Manchester City, dove papà Roberto viene ingaggiato come allenatore della prima squadra.

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Roberto e Andrea Mancini insieme in una foto di campo. Bobby-gol, come lo chiamavano i tifosi della Sampdoria, non sembra molto contento. Anche Andrea appare deluso o quantomeno affaticato.

Inter-Bologna-Manchester City: un trittico di squadre che accomunano padre e figlio.

«Nella Primavera del Bologna ho giocato la mia prima stagione da “adulto”, mentre a Manchester ho disputato il torneo riservato alle “Reserves”: il campionato giovanile più duro d’Europa».

Il City, fino ai primi anni 2000, era una società nella media, reduce da una stagione in serie C e incapace di competere con le “Big four” Arsenal, Liverpool, Chelsea e soprattutto i cugini dello United.

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Nel 2012, gli sforzi economici della nuova proprietà del City vengono ripagati sul campo dalla squadra di Mancini, che vince il titolo con una rimonta al cardiopalma sul già retrocesso Qpr.

Poi, l’arrivo di due nuove proprietà, una thailandese e l’altra emiratina, ne hanno cambiato pelle e ambizioni, lanciandola nell’empireo dei club britannici più ricchi e blasonati.

«L’esperienza al City è stata forse la più importante della mia carriera. A Manchester ho trovato una realtà stupenda, specialmente dal punto di vista calcistico. In Inghilterra si respira calcio vero 24 ore al giorno e, anche a livello giovanile, si giocano campionati appassionanti e competitivi».

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La prima esperienza tra i professionisti di Andrea Mancini è all’Oldham, dove arriva nel novembre 2011 insieme al compagno di squadra e connazionale Luca Scapuzzi. Sarà un’esperienza deludente, condita da due sole presenze complessive.

Esattamente un anno dopo il suo arrivo in Inghilterra, nel novembre 2011 Andrea Mancini vive la sua prima esperienza tra i professionisti all’Oldham, nella League One inglese (terza divisione).

Arrivato in prestito secco dal City insieme al compagno di Primavera Luca Scapuzzi, in due mesi Mancini colleziona in maglia biancoblu appena due presenze tra campionato e Coppa: abbastanza per tornare a Manchester già a gennaio.

«Due mesi non sono tanti per esprimere un giudizio definitivo. Anche se all’Oldham ho giocato poco, devo riconoscere che mi sono trovato bene lo stesso. Ci tengo a ringraziare la loro dirigenza perchè l’Oldham, nonostante tutto, rimane la squadra che mi ha fatto esordire tra i professionisti».

La parentesi all’Oldham sarà il suo ultimo assaggio di calcio inglese.

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Subito dopo la fine della breve parentesi all’Oldham, Andrea Mancini riparte da Manchester per un nuovo prestito, destinazione Fano: a due passi dalla casa natale di papà

Infatti, neanche il tempo di riprendere confidenza con il paesaggio industriale di Manchester che Mancini torna in Italia per un altro prestito.

La sua nuova destinazione è il Fano, in Lega Pro.

Il Mancio è nato nel 1964 a Jesi, ad appena una sessantina di chilometri da Fano.

Viene in mente, per l’ennesima volta, quel verso della canzone dei tifosi sampdoriani: «Come il mio papà».

Football - Lancashire Senior Cup - Quarter-Final - Manchester City FC v Liverpool FC

Il rapporto tra il City e Andrea Mancini dura due anni, fino a quando i Citizens decidono di lasciarlo andare via a parametro zero. Dopo l’Inghilterra, per Andrea è il turno della Spagna: lo vuole il Real Valladolid.

Nelle Marche, Andrea totalizza una decina di presenze, prima di tornare al City per l’ultima volta. Già, perchè nel luglio 2012 i Citizens lo lasciano svincolare.

Mancini sarebbe felice di continuare a giocare in Inghilterra, tanto che si allena per qualche tempo con il Bournemouth.

«Il calcio inglese è il migliore sotto tutti i punti di vista. Coinvolge i calciatori in maniera esagerata, quasi ossessiva. Il tifo è spettacolare e il calcio si vive senza sosta, non solo la domenica. Gli stadi sono sempre pieni, in tutte le categorie e per ogni partita».

È anche per questo che Mancini, in mancanza di valide prospettive nel Regno Unito, accetta l’offerta di una squadra che gioca nel secondo campionato più competitivo d’Europa: il Real Valladolid.

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Dalla sua nuova esperienza al Real Valladolid, Andrea Mancini si aspetta tanto. Purtroppo, a causa di alcuni problemi burocratici, l’ex trequartista del City non vede il campo fino a gennaio e ciò lo taglia fuori dalla prima squadra. Fino al mese di giugno, racimolerà una decina di presenze nella squadra B.

La Liga è sempre stata nei sogni di Andrea, attratto dai grandi campioni del Barcellona e del Real Madrid.

L’esperienza in Spagna viene resa problematica da alcuni guai burocratici che rallentano l’ingresso di Mancini in prima squadra, rinviato al mese di gennaio.

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Andrea Mancini fotografato con la maglia del Real Valladolid.

«Colpa di un documento arrivato il ritardo. Dalla Spagna mi aspettavo qualcosa di più della decina di presenze che ho totalizzato, ma l’esperienza al Valladolid è stata comunque costruttiva. Purtroppo, in quel periodo alcuni alimentavano le voci di un mio stile vita distante da quello di un calciatore: sciocchezze. Semplicemente, non mi hanno potuto tesserare subito e per farlo abbiamo dovuto aspettare la finestra di mercato di gennaio».

Il contratto di Mancini con il Valladolid scade nel luglio 2013 e non gli viene rinnovato.

Il ragazzo si guarda attorno alla ricerca di nuove opportunità lavorative. Non convinto da alcune offerte ricevute dall’Italia e dall’estero, Mancini firma con l’Honvèd di Budapest. La squadra che fu di Puskas.

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Andrea Mancini il giorno della presentazione come nuovo giocatore dell’Honvèd di Budapesti, in Ungheria. Nella capitale mitteleuropea rimarrà per un anno e mezzo, diventando uno degli uomini simbolo della nutrita colonia italiana nella società che fu del leggendario Ferenc Puskas.

E che la Sampdoria del papà affrontò nella Coppa Campioni 1991-1992 (a proposito della teoria dei corsi e controricorsi storici).

«Insieme all’Haladàs, l’Honvèd è la squadra dove mi sono trovato meglio. Grazie alla presenza in rosa di tanti connazionali, non è stato difficile ambientarsi. Anzi, a Budapest mi sono sentito come a casa».

Allenatore italiano (Marco Rossi – altro ex blucerchiato), direttore sportivo italiano (Fabio Cordella) e una rosa composta da ragazzi come Emanuele Testardi (in prestito dalla Sampdoria), Raffaele Alcibiade, Emiliano Bonazzoli e gli italiani di adozione Job e Diarra.

A Budapest, in Ungheria e nel resto del mondo, Honved vuol dire una cosa sola: Ferenc Puskas. Il simbolo dell’Aranycsapat (“squadra d’oro”), la Nazionale che sfiorò la vittoria ai Mondiali del 1954 perdendo 2-4 contro la Germania Ovest nella finale passata alla storia come “Miracolo di Berna”.

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Ferenc Puskas con la maglia da allenamento dell’Honvèd, la squadra del Ministero della Difesa ungherese.

Insieme ai rivali cittadini del Ferencvàros, l’Honvèd è la squadra più importante e tifata della capitale ungherese.

Per Mancini, indossare una casacca così carica di storia è stato un onore.

«Budapest mi ha dato tanto: in quel periodo sono cresciuto come uomo e come calciatore. Proprio all’Honved ho avuto l’allenatore che mi ha trasmesso di più. Mister Marco Rossi ha avuto il merito di trasformarmi tatticamente. Con lui mi sono trovato benissimo sotto ogni punto di vista».

Da trequartista offensivo a mezzala o addirittura regista davanti alla difesa: un cambiamento radicale per un giocatore abituato a puntare l’area di rigore avversaria.

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Andrea Mancini fotografato nella stanza dei trofei dell’Haladàas, il giorno della presentazione come nuovo numero 10 (“come il mio papà”) della più importante squadra della città di Szombathely.

Mancini rimane all’Honvèd fino al gennaio 2015, quando una gestione societaria schizofrenica lo convince a firmare per l’Haladàs della città di confine di Szombathely, a due passi dall’Austria.

«All’Haladàs ho trovato Tommaso Rocchi, Martinez e altri italiani. Un aspetto importante che ha contribuito a creare un gruppo unito e compatto. La situazione di classifica era difficile ma il grande affiatamento che c’era tra di noi ci ha fatto conquistare la salvezza all’ultima giornata».

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Andrea Mancini ha ancora molto dubbi sul suo futuro. Sullo sfondo lo stemma del Galatasaray, che papà Roberto ha allenato tra il 2013 e il 2014.

Scaduto nel mese di giugno il contratto con il club ungherese, Andrea Mancini ha ricevuto svariate manifestazioni di interesse dall’Italia e addirittura dagli Stati Uniti d’America.

«C’è stato un mezzo accordo con la Maceratese. Era praticamente fatta, ma l’affare non si è concretizzato per colpa mia. Non sono voluto tornare in Italia, anche se si trattava di una grande società e lo dimostra il grande campionato che sta facendo in Lega Pro. Smentisco di avere sentito il Nova Gorica, mentre devo ammettere che è ancora in piedi la pista Dc United».

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In tempi recenti, è stato Simone Bracalello a sdoganare il calcio italiano in America. Nativo anche lui di Genova, Bracalello è stato tra i primi italiani a volare negli Usa negli anni 2000 per giocare a pallone. Una strada che anche Mancini avrebbe il piacere di percorrere.

Gli Stati Uniti sono il futuro del calcio, Simone Bracalello docet.

E anche Mancini, che parla di una MLS in grande espansione, non nasconde di coltivare il sogno di fare un’esperienza a stelle e strisce.

Per quanto riguarda la possibilità di un ritorno in Italia, invece, scuote la testa.

«È sotto gli occhi di tutti che il calcio italiano è in crisi. Di recente qualche campione è tornato a giocare in serie A e la Juve è arrivata in finale di Champions, ma il problema non è solo tecnico, è strutturale: i giovani faticano a emergere e la gente si tiene sempre più lontana dagli stadi».

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Andrea Mancini ha ammesso le tante difficoltà incontrate nella sua vita, non solo calcistica, per il cognome “pesante” che si porta dietro.

I tempi d’oro vissuti dal papà sono distanti anni luce.

A proposito di Roberto, il figlio Andrea non nasconde le difficoltà legate a portare sulle spalle un cognome così importante.

«Non è facile essere figlio di un ex giocatore così importante. In questi anni ho cercato di lavorare il doppio, dando il 200 per cento. L’Italia è un Paese dove la gente parla in continuazione e i paragoni sono quotidiani: ma a me non interessa. Tutto quello che il calcio mi ha dato negli anni è solo ed esclusivamente frutto dei miei sacrifici».

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Tra le squadra dove Andrea Mancini vorrebbe giocare, c’è anche il Ferencvaros, la squadra del calcio ungherese che vanta nel Paese il maggior numero di trofei. Psst: non ditelo ai tifosi dell’Honvèd. Ci rimarrebbero male…

Ma dove vorrebbe giocare un giorno Andrea Mancini?

«Tra le squadre straniere non di primissima fascia, le mie preferite sono Galatasaray e Ferencvaròs. Hanno tifosi spettacolari e un ambiente molto caloroso. Anche se il mio sogno si chiama Sampdoria. Come vedo quest’anno i blucerchiati? Fino a oggi la stagione non è stata molto positiva, ma la Samp ha una rosa e un allenatore importanti e sono sicuro che si riprenderà e farà un buon campionato di qui alla fine».

Come si è visto ripercorrendo la sua breve ma già lunga carriera, la squadra blucerchiata ritorna di continuo nelle sue vicende biografiche.

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Andrea Mancini come Roberto? Per molti motivi, il paragone è un azzardo. Ma non si possono nascondere i tanti aspetti che li accomunano. In primis l’amore incondizionato per i colori della Sampdoria.

Non solo per il passato da giocatore di papà Roberto, ma anche per i tanti colleghi che ha incontrato ovunque, persino nella lontana Ungheria.

Andrea Mancini ha dovuto scrollarsi di dosso la zavorra del cognome che si porta appresso: un cognome altisonante, che crea aspettative e speranze, alimentando dubbi, sospetti e illazioni.

Quando giocava nell’Honvèd, il ragazzo raccontava di non sentire pressioni. Un dettaglio importante che gli ha consentito di crescere serenamente e di essere giudicato per quello che faceva in campo, a prescindere dal nome di sette lettere stampato sulla maglia rossonera.

L’unica concessione che chiede Andrea Mancini: il figlio d’arte innamorato dell’Ungheria e dei quattro colori blucerchiati.

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